Congo, la “patria d’adozione” degli stupri di gruppo: ecco a chi abbiamo aperto le porte

Li chiamano gang-rape, sono gli stupri di gruppo: sono continui. Efferati. E nove volte su dieci restano impuniti. E il Congo – la patria di nascita di Guerlin Butungu, il capobranco degli stupri di Rimini, e la terra d’adozione delle belve sue complici – è considerata la capitale mondiale delle atroci violenze sulle donne. E purtroppo nel generico termine “donne” vanno incluse le bambine, le adolescenti, le anziane. quanto accaduto in quella terribile notte di fine agosto che ha segnato per sempre le vittime delle feroci aggressioni di Butungu e dei suoi “compari” ha segnato per sempre l’immaginario sociale. Non solo: quella brutalità dello stupro di Rimini ci ha catapultato in scenari che fino a poco credevamo arcaici e lontani nello spazio oltre che nel tempo, e invece…

Congo, la «capitale mondiale» degli stupri di gruppo

Invece ora i protagonisti di quei mondi sono in casa nostra e da quella terribile notte riminese tutti noi ci sentiamo più esposti, più minacciati, più indifesi. E chi fino a ieri ha creduto che quello che abitualmente accade nelle zone rurali, più remote e sperdute dell’India, come nei centri urbani della Nigeria, non potesse mai riguardarci, adesso è stato costretto a ricredersi, e con una veemenza mediatica che non ci ha risparmiato nulla della efferatezza e della malvagità con cui siamo costretti a fare i conti anche in casa nostra. Eppure i campanelli d’allarme ci sono e ci sono sempre stati: da anni studi internazionali e di settore ritraggono dell’Africa – e di alcune sue regioni in particolare – fotografie inquietanti che, nel tempo, hanno dato adito alla definizione e  purtroppo all’incremento di un fenomeno drammaticamente noto come il gang-rape: uno stupro di gruppo, incredibilmente crudele e violento per le modalità d’esecuzione e la consuetudine con cui si consuma nell’impunità dei carnefici e nello strazio delle loro vittime. Un fenomeno concentrato soprattutto in Congo che, solo nel 2010 la rappresentante Onu per le violenze sessuali, Margot Wallstrom, è arrivata a definire  «la capitale mondiale degli stupri». Il «posto più pericoloso al mondo per una donna», che registra il più alto numero di denunce per il gang-rape – per non parlare del sommerso – e in cui accade con una frequenza mostruosa che una ragazzina, un’adolescente, una giovanissima come una signora d’età, vengano prese, rapite dalle loro case, abusate, torturate e poi lasciate ferite o agonizzante lì dove lo stupro di gruppo si è brutalmente consumato.

La terra da cui proviene Butungu, “caprobranco” degli stupri di Rimini

Ormai non si contano nemmeno più in Congo i casi di ragazze e ragazzine, anche giovanissime, prelevate di notte, mentre dormono nelle loro case prese d’assalto da gruppi di stupratori, per essere violentate a turno nel bosco da branchi di belve che poi, nel tragico rituale che inscenano, alla fine delle violenze gettano le loro vittime al suolo o le abbandonano come «merce consumata» in un bosco, in una radura. Come accaduto alla giovane polacca stuprata dal branco di belve capitanate dal congolese Butungu che, dopo gli abusi, è stata scaraventata in acqua. Quel Butungu sbarcato da una carretta a Lampedusa, esattamente come Usman Matammud, lo stupratore seriale e torturatore somalo di base in Libia e solo dopo anni di abusi e malvagità riconosciuto e segnalato da alcune sue ex vittime mentre si aggirava indisturbato per la Stazione Centrale di Milano. E allora, spalancare indiscriminatamente le porte all’immigrazione africana, senza controlli in grado di evitare l’orrore, senza filtri e senza possibilità di prevenire quello che poi accade – ed è accaduto – significa consentire l’ingresso e il bivacco in casa nostra anche di personaggi come quelli che hanno agito a Rimini. Persone prive di freni inibitori, dilemmi morali e come ha detto lo spiahciatra Vittorino Andreoli, uomini in cui è quasi geneticamente assente il senso di colpa. Persone capaci di comportarsi come abbiamo amaramente appreso, e a ripetere anche sulle nostre spiagge, nei nostri quartieri, usi e abusi tribali praticati nell’impunità e nell’indifferenza nei loro paesi d’origine.