Cernobbio, sfida a distanza tra Salvini e Di Maio: va meglio il leghista

Se quello visto a Cernobbio è stato il primo confronto a distanza tra il “populismo” grillino e quello leghista, ci sono pochi dubbi che a vincerlo sia stato Matteo Salvini. L’altro, Luigi Di Maio, sembrava uno studente all’esame di ammissione: impacciato e troppo preoccupato di piacere al professore, cioè la business community, riunita come ogni anno sul lago di Como dal Forum Ambrosetti. Vere e proprie certezze, alla fine, il candidato premier in pectore del M5S non ne ha date. E forse neanche poteva alla luce dei sempre più precari equilibri interni al MoVimento. Ne è uscito fuori un discorso legnoso, reticente e persino scontato.

All’incontro del Forum Ambrosetti

L’incipit, del resto, lo aveva subito messo in chiaro: «Il termine populismo – ha esordito Di Maio – lo  abbiamo sempre rinnegato, perché siamo una forza politica che in questi anni si è sempre distinta per le proposte e per i temi». E infatti i Vaffaday li organizzava Forlani in combutta con Mario Monti. Il seguito è aria fritta («Sono venuto qui a parlare di proposte e non a fare polemiche») o minestra riscaldata («Noi vogliamo cambiare questa Europa, vogliamo cambiare l’Italia ma quando guardiamo ai modelli non ci riconosciamo nelle forze emergenti europee, quelle di estrema destra i di estrema sinistra»). Una parvenza di originalità è suonato nell’accenno all’Italia come «smart nation che investe nelle nuove tecnologie». Persino il referendum sull’euro, fino a ieri sbandierato come bandiera dell’irriducibilità grillina ai poteri forti, è stato derubricato da Di Maio a «extrema ratio», praticamente una pistola-giocattolo: «Noi vogliamo restare nell’Ue – ha assicurato – e discutere alcune delle regole che stanno soffocando e danneggiando la nostra economia». Vaste programme.

Salvini è apparso più “vero” del grillino

Più concreto e più “vero” è apparso invece Salvini. Ad un uditorio di imprenditori il leader leghista ha avuto il coraggio di indicare più prioritaria la curva demografica che quella del benessere: «Il primo indicatore della nostra politica economica saranno le culle, prima del pil». Un tema, questo, strettamente correlato a quello dello ius soli: «Numeri alla mano – ha detto il leader del Carroccio – l’Italia è il paese europeo a legislazione vigente che ha concesso più cittadinanze nel 2015 e 2016. Non si capisce perché occorre regalarne altre per diventare la sala parto d’Europa». Salvini ha rivendicato come un successo della Lega il dietrofront del governo sugli sbarchi («È la dimostrazione del fatto che volere è potere»), ma resta convinto che la riduzione degli arrivi sia solo una «pausa» in vista «delle elezioni tedesche, austriache e italiane». «Poi riapriranno i rubinetti». Infine, una previsione: «Nel 2018 verrò qui come uomo di governo». Forse anche come premier, assicura, «se la Lega prende un voto in più rispetto a tutti gli altri del centrodestra».