Bersani: «L’ictus è stato terribile, ma peggio è stata la fiducia a Renzi»

Un Bersani così “feroce” di rado si ricordava. Per uno come lui, uso alle metafore colorite – dal celebre leopardo da smacchiare alla mucca nel corridoio – sentirgli rispondere senza mezzi termini su Vanity Fair  che per lui il momento più brutto non è stato l’ictus, ma quello che è successo poco dopo, ossia la fiducia data a Renzi, fa un certo effetto. “La sofferenza vera”, racconta a Vanity Fair, “è cominciata dopo l’ictus, quando sono uscito dall’ospedale e come prima cosa ho dato la fiducia a Renzi: un narciso che pecca in umiltà. L’ultima volta che l’ho visto è stata la sera prima dell’elezione di Mattarella al Quirinale. Da allora, mai più sentito. Ma il mio telefono è sempre acceso”. L’exs egretario Pd non ha mai lesinato critiche a Renzi dalla politica economica ai comportamenti umani, ma così “indiavolato” era da tempo che non lo sentivamo. L’intervista è molto diretta, conme leggiamo in qualche brano che è stato anticipato.

«Di Maio, un giovane vecchio»

Pier Luigi Bersani inizia il suo racconto dai giorni che seguirono le elezioni politiche del 2013, in cui fallì il tentativo di formare un governo: la diretta streaming con il Movimento 5 stelle per la ricerca di un’intesa: “Dopo ho raggiunto qualcuno dei 5 stelle. Gli ho detto: ‘voi che guardate tanto la rete, andate su wikipedia e cercate il significato della parola diciannovismo’. È l’insieme dei fenomeni che hanno preceduto la nascita del fascismo”. Caustico anche con il “prescelto” tra i cinquestelle: “Di Maio? È un giovane vecchio”, risponde. Pentito di aver lasciato il 25 febbraio il Pd per formare Mdp?, gli chiedono:  «Non ci ho dormito per qualche notte, ma non ho pianto». Cosa ne pensa del Silvio Berlusconi tornato in campo? «Un uomo troppo simpatico. Troppo, appunto». Le puntano una pistola alla tempia. Tra Alfano e Grillo chi sceglie? «Scelgo la pallottola. Tanto ho il neurochirurgo di fiducia…».

Tra il serio e il faceto Bersani ricorda poi l’affossamento di Romano Prodi al Quirinale da parte dei 101 franchi tiratori: “Erano un po’ meno di 80. Un giorno magari dedicherò loro un libro. Metà volevano fare fuori Prodi, l’altra metà me”. Qualche mese dopo, la malattia: “Quando sono stato portato al reparto di neurochirurgia di Parma pensavo di non farcela. Sono arrivato sulla soglia della morte. E una volta lì ho capito che non è un momento così difficile. Da allora non fumo più il sigaro. Una volta, a 18 anni, provai anche una canna. Feci un tiro, ma aveva un sapore troppo dolciastro. Tornai alle mie nazionali senza filtro”.