Aung San Suu Kyi getta la maschera e nega la persecuzione dei Rohingya

Per anni è stata il simbolo delle proteste pacifiche, risoluta nella difesa della democrazia del Myanmar attraverso mezzi non violenti. Ma oggi la leader birmana Aung San Suu Kyi viene contestata a livello internazionale, nonché dal suo popolo, per la gestione del dramma della minoranza musulmana dei Rohingya.

La persecuzione dei musulmani? «Una fake news»

Accusata di non prendere una posizione, il premio Nobel per la Pace ha rotto il silenzio, denunciando la «disinformazione» da parte dei ribelli definiti «terroristi», accusati di diffondere «un iceberg di disinformazioni» su un conflitto che ha provocato oltre 400 vittime e la fuga di quasi 125mila persone verso il Bangladesh. Insomma, le notizie sulle persecuzioni della minoranza musulmana sarebbero una fake news. Una presa di posizione che non ha smorzato le critiche nei confronti di quella che veniva considerata la Nelson Mandela d’Asia, come ricorda la Cnn in un editoriale dal titolo Aung San Suu Kyi: ascesa e caduta della Mandela d’Asia. Nell’articolo, il network televisivo afferma che, secondo coloro che continuano a difenderla, Suu Kyi, nonostante la sua posizione influente di leader de facto non controlla i militari e pertanto non può intervenire nelle loro operazioni, inclusi i combattimenti nello stato di Rakhine. Tuttavia, anche prima degli ultimi sviluppi, l’ex attivista non sembrava aver mostrato una particolare sensibilità nei confronti dei musulmani in Myanmar.

Tramonta il mito di Aung San Suu Kyi

Il suo atteggiamento nei confronti di alcuni gruppi etnici che compongono la popolazione birmana era chiara già dichiarazioni rilasciate ai media. Nel 2016, ad esempio, nel corso di un’intervista concessa alla Bbc, aveva contestato la definizione di “pulizia etnica” utilizzata per le violenze perpetrate contro i Rohingya. «Questo è ciò che il mondo deve capire: la paura non è solo dei musulmani, ma anche dei buddisti. Ci sono molti buddisti che hanno lasciato il Paese per diverse ragioni, questo è il risultato delle nostre sofferenze sotto il regime dittatoriale», aveva detto la politica birmana, che poi in un fuorionda si sarebbe lamentata per il fatto che «nessuno mi ha detto che sarei stata intervistata da una musulmana». Infine la Cnn ricorda che il silenzio continuato di Suu Kyi – che non parlava pubblicamente dal 25 agosto, il giorno in cui i combattimenti sono scoppiati – è in netto contrasto con le sue precedenti richieste di armonia nazionale, in particolare di unità per tutti «i diversi popoli della Birmania», come aveva affermato nel suo primo discorso pubblico nel 1988.