Altissima tensione in Iraq, dai curdi l’ultimatum a Baghdad: avete tre giorni

Il leader curdo Masoud Barzani dà al governo centrale di Baghdad “due o tre giorni” di tempo per raggiungere un accordo con Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, sostenuto dalla comunità internazionale, come alternativa al referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Intervenuto durante la manifestazione organizzata nella zona di Soran, nel governatorato di Erbil, in vista del voto fissato per il 25 settembre, Barzani ha ribadito che il “problema” è con Baghdad e non con la comunità internazionale. “Dobbiamo raggiungere un accordo con Baghdad”, ha detto, citato dalla tv curda Rudaw. Barzani ha fatto riferimento a un “accordo bilaterale tra Erbil e Baghdad”, a patto che si “concretizzi in un modo che possa sostituire il referendum” e che possa essere “sostenuto dalla comunità internazionale, dagli Usa, dall’Europa, che offrano garanzie per la sua attuazione”. “Sarò onesto con voi, Baghdad non è a questo punto”, ha detto ancora, aggiungendo che aspetterà “due o tre giorni” per arrivare all’accordo. Se non verranno offerte alternative fattibili, ha proseguito, “sarà impossibile rinviare il referendum”, il cui obiettivo – ha sostenuto – è “dire al mondo che vogliamo l’indipendenza”.

Manca meno di una settimana al referendum

Manca meno di una settimana al referendum voluto dai leader curdi per l’indipendenza dall’Iraq e fissato per il 25 settembre da Barzani. La possibilità di un ripensamento sembra esclusa. Il voto viene descritto da molti come l’espressione popolare del desiderio di autodeterminazione dopo decenni di sofferenze, di guerra e dittatura. Gli Usa sono però contrari, anche se non sembrano essere riusciti a convincere i curdi a rinviare il voto per proseguire i negoziati con Baghdad sulle zone contese e sulla gestione delle rendite petrolifere. Come gli Stati Uniti, oltre al governo centrale di Baghdad, sono contrarie le potenze regionali. Il timore è che il referendum inneschi nuovi conflitti e acuisca le vecchie tensioni in un momento delicato per l’Iraq, in prima linea nella battaglia contro i jihadisti dell’Isis. Ma i leader curdi insistono: non c’è motivo di preoccupazione. Il voto è per i leader curdi un semplice quanto importante primo passo verso quello che sarà un divorzio, una procedura lunga ma amichevole, dallo Stato iracheno. “Noi non daremo inizio a uno scontro, a una battaglia – ha assicurato Rowsch Shaways, ex vice premier iracheno e capo della delegazione curda che negozia con Baghdad -. Chiediamo il dialogo e una soluzione pacifica”.  Il popolo curdo è diviso tra Iraq, Iran, Turchia e Siria. Ankara e Teheran sono preoccupate per le rivendicazioni che il referendum potrebbe innescare all’interno dei loro confini e hanno minacciato di sigillare i confini e di annullare gli accordi commerciali e in materia di sicurezza con la regione autonoma del Kurdistan iracheno. È a Kirkuk, provincia dell’Iraq centrale che non fa parte del Kurdistan e che è ricca di petrolio, che si sentono più forti le tensioni in vista del voto. Il Consiglio provinciale di Kirkuk ha votato a favore della partecipazione al referendum. La provincia è abitata da curdi, arabi e turcomanni. Ieri sera la tensione è arrivata alle stelle con colpi d’arma da fuoco esplosi davanti alla sede centrale del locale partito turcomanno: il bilancio parla di due curdi uccisi dagli uomini della sicurezza a guardia della sede del partito. La polizia ha poi imposto il coprifuoco notturno. Kirkuk è contesa da decenni tra arabi e curdi. Legalmente è sotto l’autorità del governo centrale di Baghdad ma è governata dai curdi dal 2014. Nel giugno di tre anni fa i peshmerga entrarono a Kirkuk dopo la ritirata dell’esercito iracheno che perse il controllo di molte aree del nord dell’Iraq sotto la minaccia dell’Isis. Da allora il governo regionale del Kurdistan ha rafforzato il suo potere. La scorsa settimana il Parlamento di Baghdad si è espresso per la rimozione dall’incarico del governatore di Kirkuk, il curdo Najmaldin Karim, esponente dell’Unione patriottica del Kurdistan. Karim, che è a favore del referendum, si è rifiutato di dimettersi e oggi il consiglio provinciale di Kirkuk ha respinto la decisione dell’Assemblea di Baghdad.