Trucco e parrucco, la costosa vanità di Macron, ma non è stato il primo: ecco gli altri

Trucco e parrucco docet, ma ve li potreste mai immaginare Giulio Cesare che si incipria il naso, Benito Mussolini che contratta sul rimmel o Wiston Churchill che discetta strategicamente su lozioni contro la caduta dei capelli? Difficile, davvero, eppure per molti capi di Stato odierni – o comunque storicamente più recenti – non impossibile. Infatti il presidente francese, alla berlina per quelle spese pazze i cui giustificativi parlano di rimmel e fard, parrucchieri e numi tutelari del maquillage, è solo l’ultimo di una lunga serie di politici ricorsi al make-up in vista di un’imminente apparizione tv…

Trucco e parrucco: l’ultima “moda” politica…

Insomma, come la magia, anche la politica ha il suo “trucco”: che c’è, ma non si vede, come il migliore dei visagisti ed esperti dell’influencer marketing sa bene. Quella tra make-up a Corte, in Francia, non è certo una novità: ma stavolta il pasticcio tra maquillage e affari di Stato ha inaspettatamente messo alla berlina il giovane e affascinate presidente Macron: un insospettabile fashon victim. Ma, come anticipato, lui è solo l’ultimo: quella tra governance e trucco è infatti una storia d’amore che dagli anni ’60 fa il buono e il cattivo tempo tra gli uomini di potere, arrivata a conquistare, come detto e ripetuto, anche l’ultimo della lista, il presidente francese Emmanuel Macron, salito agli onori della cronaca per aver esagerato con le spese legate al maquillage. L’inquilino dell’Eliseo, ha rivelato qualche giorno fa Le Point, avrebbe speso circa 26000 euro in tre mesi solo per il darsi qualche “passatina” di fondotinta e cipria. Un’esagerazione? Per i fautori della politica spettacolo e della cultura dell’immagina che influenza il voto non proprio, specie se si considera che quando il make-up scende in politica può avere un peso decisivo e determinante nella carriera di un capo di Stato (o aspirante tale).

Kennedy e Nixon: antesignani del rito del maquillage

Ne sa qualcosa Richard Nixon, che durante lo storico dibattito tv trasmesso nel settembre 1960, venne messo al tappeto da John Fitzgerard Jennedy, che lo stracciò, conquistando quanti erano incollati al piccolo schermo. Il motivo? Mentre Jfk aveva fatto ricorso a un truccatore professionista, apparendo sempre in salute e abbronzato per tutta la durata del faccia a faccia, Nixon mostrava un aspetto insalubre e affaticato, pallido, e non smetteva di sudare. A peggiorare il suo look, le luci dello studio, che lo fecero apparire costantemente smorto e poco convincente agli occhi degli americani. Un precedente che avrebbe fatto la differenza: eccome. Da allora il mondo è cambiato, e i politici che prima sembravano disprezzare il make-up rilegandolo a “roba da femmine”, hanno iniziato ad apprezzarne le sue infinite qualità e doti di conquista. Non solo hanno imparato a farne buon uso, ma nel tempo l’hanno trasformato nel loro migliore alleato durante i talk show e le apparizioni in tv, esibendo visi acqua e sapone e incarnato impeccabile a favore di telecamera.

E prima della messa in onda di “Porta a Porta”…

Il primo a capirne i vantaggi socio-mediatici in Italia è stato Silvio Berlusconi, ma come il tempo galantuomo avrebbe dimostrato, il maquillage in politica ormai non ha davvero bandiera. Non per niente in molti rivelano a mezza bocca che anche Matteo Renzi quando è ospite di Vespa non rinuncia a rinfrescarsi l’incarnato. Va sempre di corsa, è vero, come fanno del resto altri personaggi che arrivano in studio a ridosso della messa in onda, e che non hanno certo tempo per sedute di trucco estenuanti. Ma il segretario del Pd non si nega mai a una passata di cipria. E lo stesso vale per le signore di Palazzo Chigi, che oltre al trucco hanno bisogno di qualche tempo in più rispetto ai colleghi uomini per sistemare le chiome ribelli, eliminare le sbavature del mascara e ravvivare gli zigomi con un po’ di fard. Gli uomini invece fanno appena qualche ritocco rapido, anche se tra i corridoi Rai si vocifera di molti politici chi si presentano già pettinati e truccati a pennello. E se è vero che nessuno di loro arriva con il fondotinta in tasca, anche il politico più intransigente non sa rinunciare al dischetto incipriato, miracoloso per tamponare le zone critiche ed evitare uno sgradevole quanto poco convincente effetto lucido. Tac: e la magi è fatta. Ma davvero fa la differenza?