Referendum in Veneto e Lombardia: la destra si interroghi sulla questione settentrionale

L’ iniziativa referendaria promossa da due regioni trainanti chiama la destra ad interrogarsi in vista della stagione delle riforme. 
La destra politica italiana ha sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti di un certo regionalismo, frutto di un accordo tra Dc-Pci e spesso irrispettoso elle stesse identità storiche dei territori. Detto questo, la Destra politica, almeno al Nord, ha sempre sostenuto un principio di meritocrazia e di responsabilità degli amministratori: se una Regione è ben governata e offre servizi di qualità ai propri cittadini, merita che lo Stato devolva ad essa maggiori competenze. Questo senza mai mettere in discussione l’unità nazionale né tantomeno la possibilità per qualunque Regione di richiedere analogo trattamento.

Una proposta intelligente è quella a firma di Giorgia Meloni che prevede l’abolizione delle Regioni e delle Province a favore invece di un forte federalismo municipale , fondato sulla piena attuazione del principio di sussidiarietà e di responsabilità degli amministratori locali, nonché sull’identità profonda dell’Italia dei campanili, storicamente più forte delle sovrastrutture regionali. E’ chiaramente impossibile veder prevalere in tempi brevi questo modello di riforma e quindi tocca fare un esercizio di realismo.

La questione settentrionale non si è mai risolta e, in particolare, quella a Nord Est dove la disaffezione nei confronti della politica nazionale è alimentata dalla campagna referendaria del 22 ottobre sulla (presunta) autonomia. Allo stesso tempo, però, sono più che convinta che si debba aprire il dibattito su questo tema di attualità e che coinvolge sia il Veneto che la Lombardia, un laboratorio di idee in grado di produrre una proposta alternativa che vada oltre gli slogan ma anche oltre i “dogmi”, un progetto politico che dimostri di saper ascoltare il territorio e in grado di tradurre le istanze e i “mal di pancia” di onesti contribuenti vessati dal fisco e dalla burocrazia.

Riprendere in mano la riforma del federalismo fiscale? Anche questa potrebbe essere una via percorribile. L’importante è che siano premiati i territori più virtuosi e penalizzati quelli che, invece, gestiscono in maniera scriteriata la cosa pubblica. Faccio una breve fotografia della situazione attuale. Le Regioni a statuto ordinario del Nord danno oltre 100 miliardi di euro all’anno di solidarietà al resto del Paese. Il risultato emerge da una elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre che ha calcolato il residuo fiscale di ogni Regione italiana. Lombardia e Veneto con un saldo positivo. 

Ricordando che il residuo fiscale corrisponde alla differenza tra le entrate complessive regionalizzate (fiscali e contributive) e le spese complessive regionalizzate (al netto di quelle per interessi) delle Amministrazioni pubbliche, si osserva che tutte le Regioni del Nord a statuto ordinario presentano un saldo positivo: versano molto di più di quanto ricevono. La Lombardia, ad esempio, registra un residuo fiscale annuo positivo pari a 53,9 miliardi di euro, che in valore procapite è pari a 5.511 euro. Questo vuol dire ch ogni cittadino lombardo (neonati e ultracentenari compresi) dà in solidarietà al resto del Paese oltre 5.500 euro all’anno.

Il Veneto, invece, presenta un saldo positivo pari a 18,2 miliardi di euro che si traduce in 3.733 euro conferiti da ciascun residente. L’Emilia Romagna, con un residuo di 17,8 miliardi di euro, devolve ben 4.076 euro per ciascun abitante. In Piemonte, che nel rapporto dare/avere elargisce agli altri territori 10,5 miliardi di euro, il residuo fiscale medio per abitante è di 2.418 euro all’anno. La Liguria, infine, dà al resto del Paese 1 miliardo di euro, pari a 701 euro per ogni cittadino ligure.

Nonostante sia più contenuto rispetto al dato riferito alle realtà del profondo Nord, anche il residuo fiscale di tutte le Regioni del Centro è sempre positivo. La Toscana ha un saldo di 8,3 miliardi di euro, il Lazio di 7,3, le Marche di 2,5 e l’Umbria di 1,1 miliardi.

Se, invece, osserviamo i risultati delle Regioni meridionali, la situazione cambia completamente di segno. Tutte presentano un residuo fiscale negativo: vale a dire, ricevono di più di quanto versano. La Sicilia, ad esempio, ha il peggior saldo tra tutte le 20 Regioni d’Italia: in termini assoluti è pari a -8,9 miliardi di euro, che si traduce in un dato procapite pari a 1.782 euro. In Calabria, invece, il residuo è pari a -4,7 miliardi di euro (-2.408 euro procapite), in Sardegna a -4,2 miliardi (- 2.566 euro ogni residente), in Campania a -4,1 miliardi (-714 euro per ciascun abitante) e in Puglia a -3,4 miliardi di euro (- 861 euro procapite).

Detto questo, e per ovviare da qualsivoglia misunderstanding: il principio della solidarietà non è in discussione e tutti dobbiamo essere d’accordo che le Regioni più ricche debbano aiutare quelle più in difficoltà però…Però, c’è un grosso problema che va affrontato con senso di responsabilità. Se lo Stato centrale continuerà nella politica dei tagli lineari, metterà  le Autonomie locali di fronte ad una scelta: o aumentare le tasse per mantenere gli standard qualitativi e quantitativi dei servizi di infrastrutture, sanità, trasporto pubblico locale e scuola, oppure , anche al Nord la qualità verrà meno.
Tentazioni separatiste e riforme autonomiste.

E il punto è: qual’è l’obiettivo del referendum del 22 ottobre (peraltro discutibile la scelta della data che, guarda caso, coincide con il plebiscito del Veneto del 1866, conosciuto ufficialmente anche come plebiscito di Venezia, delle province venete e di quella di Mantova, fu un plebiscito che avvenne nelle giornate di domenica 21 e lunedì 22 ottobre 1866 per sancire l’annessione al Regno d’Italia delle terre cedute alla Francia dall’Impero austriaco a seguito della terza guerra di indipendenza)?

In sostanza, l’obiettivo di Veneto e Lombardia è lo stesso: ottenere maggiori forme di autonomia dallo Stato. In termini tecnici, si tratta di ottenere dal voto il potere per negoziare un’autonomia differenziata, previsto anche dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. Nella forma, però, i due quesiti referendari sono diversi. Quello del Veneto molto asciutto e con modalità di voto tradizionale, ossia alle urne: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Più dettagliato quello lombardo,  e da votarsi con scheda elettronica: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.

Andiamo a vedere di cosa parla l’art.116della Costituzione. La norma stabilisce che la singola Regione interessata, sentiti gli enti locali, può chiedere di avere maggiori materie di competenza fra quelle elencate nel successivo art. 117 in materia di organizzazione della giustizia di pace, ambiente, istruzione, oltre che fra quelle attualmente concorrenti con lo Stato, come per esempio il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Una volta firmata, l’intesa fra Stato e Regione deve essere ratificata con una legge, che per essere approvata deve ottenere il voto della maggioranza assoluta dei componenti (non bastano i presenti) delle due Camere.
Ma perché non possiamo e non dobbiamo sfuggire alla campagna referendaria? Perché il vero aspetto su cui dobbiamo concentrarci è quello politico. Davvero vogliamo alienarci le giuste aspettative e le istanze dei nostri connazionali che chiedono più equità contributiva? Sì, è vero: l’esito del referendum non è vincolante, come non lo era quello della Brexit, però lo è diventato.