Perché la sinistra italiana non scende in piazza contro il “suo” dittatore Maduro?

Quella che sta succedendo in Venezuela, una delle ultime dittature comuniste mondiali mascherate da pseudo-nazionalismo, è sotto gli occhi di tutti: da mesi va avanti la rivolta popolare contro il dittatore Nicolas Maduro, a causa di un progressivo impoverimento di tutte le classi sociali, crisi iniziata con Chavez e proseguita col suo factotum Maduro. Maduro, un autista di autobus che non si è neanche diplomato, che come unico merito ha quella di essere stato indottrinato a Cuba. Pochissimi giornali italiani, nei mesi scorsi, hanno puntualmente dato conto di ciò che stava accadendo in Venezuela, e tra questi il Secolo d’Italia, che, quasi in solutidine, ha denunciato il giro di vite instaurato dal dittatore chavista. Ora che i Tg se ne occupano, ora che anche Casini fa il vocione, ora è molto comodo prendere posizione, schierarsi: il primo ad accorgersi che il Paese più ricco del mondo stava diventando il più povero è stato il presidente americano Donald Trump, e dietro a lui sono venuti tutti gli altri. Oggi è un coro, ma prima vigeva la solita congiura del silenzio dei mass media internazionali e ovviamente italiani, sempre pronti a correre inscorrso del vincitore: Maduro è di sinistra, e i governi di sinistra non vanno toccati né criticati. È sempre come ai tempi di Guareschi: tutti aspettano il “contrordine, compagni!”. Ora a quanto pare è arrivato: via allora alla sagra dei monumenti illuminati, delle fiaccolate, delle dichiarazioni gravi. Ma quando c’era da combattere in prima linea nel silenzio complice dell’establishment, eravamo in pochi a farlo. Meglio così.