Le affinità di Donald e Virginia. Ovvero, se la speranza muta in paranoia

E, insomma: è Donald Trump che imita Virginia Raggi o è la Sindaca di Roma che scimmiotta il Presidente Usa? «You’re fired!» («sei licenziato!») intima Donald. Fuori da qui e avanti un altro scandisce Virginia. L’ultima vittima del presidente a stelle strisce è stato l’italo-americano Scaramucci, giubilato da direttore della Comunicazione dopo appena dieci giorni dall’insediamento per i modi piuttosto spicci e per un argomentare più da caserma che da White House; l’ultimo cacciato dalla Sindaca grillina è il manager dell’Atac che di cognome fa Fantasia e che, perciò, o ne ha avuta troppa nella gestione dei mezzi pubblici o, più probabilmente, troppo poca. Se guardiamo alla tempistica dell’ascesa politica dovrebbe essere lui, Donald, eletto a novembre che imita lei, Virginia eletta nel giugno dello scorso anno; se, al contrario, ragioniamo sul peso politico specifico non c’è storia: la pappagallina risulterà certamente la cocca di Grillo. Comunque sia questa assonanza tra Washigton e Roma è assai singolare. La Caput mundi e la Nazione più potente al mondo sembrano infatti avvinghiate allo stesso destino di precarietà. E così lo «You’re fired!», il «sei licenziato!», restano come i soli punti saldi di un trionfo politico carico di aspettative e di speranze che, invece, pian piano sta degradando nella paranoia. È vero che, in entrambi i casi (anche se soprattutto a Washington!) Donald e Virginia sono stati accolti come un corpo estraneo. Ma è anche vero che nessun rodaggio può essere così lungo e che la tecnica di nominare e rimuovere non può essere infinita, pena la paralisi. Che sta, infatti, puntualmente avvenendo. A Roma e a Washington.