Istat: a luglio crescono gli occupati “over 50”. Al palo giovani e donne

Più tempo passa e più l’Istat, il nostro Istituto di statistica, assume le sembianze della Sibilla Cumana, le cui parole potevano essere interpretate in un senso nel suo esatto contrario. La Sibilla, però, pronunciava vaticini mentre l’Istat sforna dati. Gli ultimi, appunto, sono quelli sul lavoro: trionfalisticamente salutati dalla maggioranza, Renzi in testa, che addirittura li spaccia per la fine della crisi, e negativamente commentati dalle opposizioni che, al contrario, non vi intravedono motivi per stappare lo spumante

L’Istat: mai così bene dal 2008

E non poteva che essere così dal momento che l’Istat ha certificato che a luglio è cresciuto il numero degli occupati (+0,3 per cento pari a 59mila unità) rispetto a giugno e che nello stesso tempo, e per lo stesso periodo, è tornato a salire il tasso di disoccupazione (+0,2 punti pari percentualmente all’11,3). Certo, la matematica non è un’opinione. Ma la statistica è un’altra cosa. Il genio di Trilussa la bollò come quella scienza per la quale se «tu mangi un pollo intero e io nessuno, ne abbiamo mangiato metà a testa». Come dire, niente di più scientifico in astratto ma nulla di più falso in concreto. Solo questa banale verità aiuta a capire come l’Istat abbia potuto parlare di persistenza «della fase di espansione occupazionale», con il numero dei lavoratori che supera il livello di 23 milioni di unità, «soglia oltrepassata solo nel 2008» per aggiungere un secondo dopo che il tasso di disoccupazione giovanile svetta al 35,5 per cento, con uno 0,3 in più.

Ma Sacconi: dati dopati, c’è poco da festeggiare

Non va meglio se spostiamo il raffronto tra il luglio di quest’anno e quello del 2016. L’unica certezza in questo caso è l’aumento del numero degli occupati (più 1,3 cento, pari ad un incremento di 294 mila unità). Nel dettaglio, però, la musica è diversa: la crescita riguarda i lavoratori dipendenti (+378 mila, di cui solo 92 permanenti mentre i restanti 286 mila sono a termine), ma calano gli autonomi (-84 mila). Quanto alle fasce d’età, cresce il numero degli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e dei giovanissimi (+47 mila), ma cala quello delle classi di età centrali (-124 mila). E ancora: se il tasso di occupazione maschile cresce rispetto a luglio 2016 di 0,9 punti quello di disoccupazione femminile aumenta di 0,2 punti. Se per Matteo Renzi tutto questo è opera del suo Jobs Act («Non era uno slogan da campagna elettorale»), per il presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi «c’è ben poco da festeggiare». E spiega perché: «Preoccupa la fascia anagrafica di mezzo tra 35 e 49 anni perché è quella che ha o dovrebbe avere carichi familiari». In più, molti di questi aumenti si spiegano con il lavoro stagionale. Un dato, a suo dire, pare certo: «Resta molto contenuto il coefficiente tra crescita dell’economia e crescita dei posti di lavoro».