Bologna, l’icona punk della sinistra: «La strage sfruttata dall’antifascismo»

«Non concordo con il pensiero della maggioranza dei bolognesi, non credo che l’attentato del 2 agosto sia opera di fascisti italiani». A dirlo, alla vigilia della strage di Bologna, è stato Giovanni Lindo Ferretti, ex della band CCCP con un passato da attivista in Lotta Continua e poi nel Pci. 

Una «occasione meravigliosa» per l’antifascismo 

La sue parole, pronunciate nel corso dell’inaugurazione di una mostra fotografica, sono state riportate da Repubblica, che le ha accolte come una «provocazione». Per chi ha seguito le vicende giudiziarie e politiche connesse alla strage, però, quella frase è qualcosa di più e di diverso rispetto a una provocazione: è la volontà di non accontentarsi di una verità che si può definire “comoda”, sia perché consegna alla storia dei colpevoli – unico caso fra tutte le stragi italiane – sia perché si presta a un uso strumentale da parte dell’antifascismo militante. Un aspetto sul quale Ferretti, con coraggio, non ha sorvolato, dicendo con una nota dolente che «questa città si è fatta un punto di onore nel rivendicare una necessità di antifascismo militante 50 anni dopo l’epopea fascista e ha avuto un’occasione meravigliosa».

Il Lodo Moro e la pista palestinese

«Mi dispiace non essere in sintonia con la mia città, quella in cui ho vissuto di più. Quando è successo il 2 agosto io ero ancora un bolognese di adozione, ma io non ci ho mai creduto», ha chiarito Ferretti, spiegando che la sua convinzione è maturata grazie agli approfondimenti sulla vicenda. Ferretti ha parlato della pista palestinese ovvero dell’ipotesi che la strage sia maturata nell’ambito del cosiddetto Lodo Moro, un accordo segreto per il quale, in estrema sintesi, il terrorismo palestinese era libero di muoversi in Italia a patto che non compisse azioni terroristiche sul nostro territorio. La strage sarebbe stata la risposta all’arresto di Abu Anzeh Saleh, referente del Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), fermato a Ortona mentre trasportava due lanciamissili insieme a Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri. Fu Francesco Cossiga a parlare per primo del Lodo Moro, la cui esistenza fu poi riscontrata anche dalla commissione parlamentare di inchiesta Mitrokhin e da inchieste indipendenti. 

La Procura archivia

La pista palestinese è stata anche esplorata e ricostruita nel dettaglio da alcuni libri-inchiesta, fra i quali si segnalano per completezza, capacità di ricomporre gli scenari e portare prove documentali I segreti di Bologna, scritto dall’avvocato Valerio Cutonilli, insieme al giudice Rosario Priore, e Bomba o non bomba – Alla ricerca ossessiva della verità, di Enzo Raisi, ex deputato bolognese che durante il suo mandato parlamentare è stato anche membro della commissione Mitrohkin. In entrambi i saggi, i pezzi – ma si vorrebbe dire le prove – della pista palestinese si ricompongono in un quadro logico, storico e politico molto più solido di quello uscito dalla sentenza di condanna contro Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Raisi è riuscito anche a fare in modo che la Procura di Bologna aprisse un nuovo fascicolo proprio per investigare il ruolo del terrorismo palestinese. Ma alla fine è stato un nulla di fatto, perché – ha sostenuto la Procura – l’esistenza del Lodo Moro non era provata e quindi tutto l’impianto veniva a mancare del suo presupposto. 

Le nuove carte “arrivate” da Beirut

La decisione della Procura di Bologna ha rallegrato e galvanizzato i molti che non sono disponibili a mettere in discussione la natura fascista della strage. «Tutte le persone che conosco e a cui voglio bene non lo vogliono nemmeno sentire», ha detto ancora Ferretti, che comunque anche negli ambienti della sinistra radicali non è una voce isolata: su tutte valga quella del giornalista Andrea Colombo, autore del saggio Storia nera. Colombo fece proprie le posizioni innocentiste del comitato “E se fossero innocenti?”, la prima voce, fuori dagli ambienti della destra, a sfidare certezze e diktat sulla colpevolezza degli ex Nar. «In quel momento i palestinesi avevano dei problemi con lo Stato italiano e il fatto che non siano state fatte indagini su tre o quattro personaggi in quei giorni a Bologna mi convince oltremisura. Se almeno si fossero fatte le indagini…», ha chiosato Ferretti, in un momento in cui di nuovo si torna a chiedere un supplemento di investigazioni, sulla base di nuove carte scoperte negli anni ed emerse anche di recente. Ultime in ordine cronologico, i «telex dei nostri 007 a Beirut» di cui il quotidiano Il Tempo è venuto a conoscenza e sulla base dei quali sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione perché, finalmente, si possa conoscere la verità su Bologna.