Amnesty attacca il presidente filippino Duterte perché combatte i narcos

Il 15 agosto la polizia delle Filippine ha giustiziato 32 persone, probabilmente il più alto numero di vittime in un solo giorno da quando il presidente Rodrigo Duterte ha dichiarato la ”guerra alla droga”, appoggiato in questo dalla stragrande maggioranza dei filippini, distrutti ormai dallo strapotere delle bande dei narcos che avevano ridotto le isole a un permanente stato di guerra civile. Ovviamente le organizzazioni umanitarie criticano i metodi del presidente filippino: “Queste morti scioccanti ci ricordano che l’illegale guerra alla droga del presidente Duterte va avanti senza sosta, anzi pare raggiungere nuovi livelli di barbarie: uccidere i sospetti, violare il loro diritto alla vita e ignorare le regole del giusto processo sono ormai la routine”. Lo afferma James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sud-orientale e il Pacifico. Stavolta non si capisce perché la guerra alla droga dichiarata da un legittimo presidente sia “illegale” e in quale modo, e Amnesty ogni tanto dovrebbe solidarizzare anche con chi dei narcos è vittima, anziché attaccare unilaterlamente chi tenta di stroncare il crimine organizzato. Gomez ha aggiunto: ”Le recenti parole di Duterte, secondo il quale egli potrebbe non riuscire a risolvere i problemi legati alla droga durante il suo mandato, sono molto preoccupanti. Con l’estensione a tempo indeterminato di questa fallace strategia, rischiamo di non vedere la fine di queste uccisioni”, prosegue. ”Considerato che un mese fa Duterte ha minacciato di abolire la Commissione per i diritti umani, l’unica istituzione che svolge indagini approfondite sulle esecuzioni extragiudiziali – sottolinea Gomez – pare che mai come oggi dall’inizio del mandato presidenziale i diritti umani siano a rischio”. ”È chiaro che occorre istituire, senza ulteriori ritardi, una commissione d’inchiesta internazionale sulla guerra alla droga e sulla carneficina in corso ogni giorno nelle Filippine”, conclude Gomez. Però della “carneficina” compiuta da anni nelle Filippine dai signori della droga, Amnesty non si occupa.