A Merano il ristorante che assume solo migranti. Pagato coi soldi pubblici

A mettere i soldi saranno Ministero dell’Interno, Comune di Merano, Provincia di Bolzano e Cassa rurale di Bolzano. A lavorarci saranno migranti e richiedenti asilo. A gestirlo una coop sociale altoatesina. Nasce con queste premesse il ristorante africano che sta facendo discutere anche al di fuori dell’Alto Adige. Da una parte la vita quotidiana conferma che per un italiano diventa sempre più difficile trovare lavoro o avviare una attività. Dall’altra le istituzioni pubbliche si impegnano sempre più incessantamente per agevolare la vita di chi è in Italia da pochi giorni o per chi nel nostro Paese deve ancora sbarcare. 

Il ristorante africano è una novità per Merano

Un paradosso che, per ora, premia i migranti. Il quotidiano Adige accoglie bene la notizia anche dal punto di vista della ristorazione. «Un’occasione non solo di aumentare la varietà dell’offerta gastronomica di Merano, già ricca in sé, ma soprattutto di dare opportunità di lavoro a immigrati tradizionali e a richiedenti asilo della struttura presso la stazione ferroviaria. Accanto a personale fisso, infatti, ci sarà spazio per percorsi di lavoro a tempo determinato per chi è in attesa del riconoscimento di rifugiato». Lo Stato ha stanziato a favore del Comune di Merano 57.000 euro, un premio per chi ospita richiedenti asilo. La somma – sostengono dal municipio – verrà utilizzata per sostenere progetti di integrazione. E quello del ristorante africano è solo uno dei diversi progetti. 

A Merano erogati 57mila euro per favorire l’integrazione

Il locale verrà gestito dalla cooperativa sociale Spirit con il sostegno della Federazione cooperative Raiffeisen dell’Alto Adige e darà lavoro a personale di origine africana consentendo di impiegare, a rotazione e con percorsi formativi, molti dei richiedenti asilo ospitati nella struttura presso la stazione ferroviaria di Merano. Per l’amministrazione della città del Passirio si tratta di «un’opportunità di lavoro che diventa opportunità di integrazione e di inserimento». Per gli italiani c’è tempo.