Verdetto choc, cambiare sesso? Non serve più la chirurgia: basta un giudice

Neanche Mary Shelley, quando si apprestava a scrivere il suo capolavoro Frankestein: or, The Modern Prometheus, pubblicato nel lontano 1818, avrebbe nella sua fervida fantasia mai immaginato che in un ipotetico futuro si sarebbe potuti arrivare a tanto in materia di manipolazioni genetiche, legittimazioni giuridiche e aberrazioni sociali. E invece: succede che con una sentenza, una inquietante sentenza, la 180 del 13 luglio 2017, la Corte Costituzionale arriva al punto di escludere la necessità di interventi chirurgici per ottenere l’ufficializzazione del genere di appartenenza, o meglio, della riassegnazione anagrafica del genere .

Cambiare sesso? Non serve più la chirurgia

E dunque, il verdetto choc, nello stabilire una volta per tutte che non serve più nemmeno la famosa transizione – che comincia con le cure ormonali; passa per interventi di chirurgia estetica che coinvolgono il seno, fino all’ultimo atto del cambiamento di sesso, e dunque degli organi genitali che assegnano l’identità anagrafica – e trasforma automaticamente il giudice in un deus ex machina “onnipotente” e l’aula di un tribunale in una futuristica – e inconcepibile – sala parto in cui sesso e genitali diventano individuabili nella percezione che ognuno ha della propria sessualità, a prescindere dall’anatomia e dalla biologia. Ma tant’è: per la Corte costituzionale non sono più cromosomi, ormoni e chirurgia a determinare l’identità di genere. E così, come riportato in un ampio ed esaustivo servizio sul sito de il Giornale proprio in queste ore, tutto è partito dal caso di due ricorrenti al Tribunale Civile di Trento che nel 2015, intenzionate a procedere al cambio di sesso, hanno chiesto di approfondire il loro caso elevandolo a una vertenza di costituzionalità sulla legge 164 del 1982 in materia di rettificazione di attribuzione di sesso, e inducendo il Tribunale di Trento a spingersi forzatamente oltre quanto stabilito dalla Cassazione. Cassazione secondo cui «uomo o donna che sia – riporta il quotidiano milanese – ha il diritto fondamentale all’identità di genere» e quello deve essere applicato. Ossia, il ruolo del giudice deve attenersi scrupolosamente a stabilire se una persona si senta o meno a proprio agio nei panni di una specifica identità sessuale piuttosto che in un’altra, diversa da quella che la natura gli ha assegnato in virtù di particolari caratteristiche anatomiche, somatiche, biologiche. Dunque, ognuno ha la facoltà di scegliere se essere uomo o donna e poi ratificarlo in un’aula di tribunale?

Cambiare sesso, se il magistrato diventa onnipotente

No, la Corte in ultima istanza nega questa eventualità, perché riconosce che «il dato volontaristico» non è sufficiente, trasformando il giudice nel caso concreto in un decisore onnipotente, in una sorta di divinità procreatrice, per partenogenesi giurisprudenziale, ma divinità procreatrice comunque. Una possibilità rispetto alla quale, sempre nel servizio del quotidiano milanese, un altro magistrato, Alfredo Mantovano, vice presidente del Centro Studi Livatino, ha sottolineato invece come «questa sentenza conferma il ruolo del giudice che diventa arbitro della determinazione del sesso di una persona al di là dei dati naturali e originari rispetto all’autopercezione che un singolo ha di sé rispetto al sesso o al genere per usare la terminologia di moda – e rincara – riconoscere tutta questa discrezionalità su un terreno così delicato deve far riflettere». Non prima, però, di avere inquietato: e anche parecchio…