Tutti contro le ombrelline, ma attaccare manifesti era davvero meglio?

C’è questo vizio antico, di parlare a nome delle donne umiliate che però non si sentono umiliate. L’ultimo caso?  Quello delle “ombrelline”, cioè le ragazze che durante un convegno a Sulmona reggevano gli ombrelli per riparare gli oratori. Oratori illustri, visto che c’erano due governatori di Regione dei dem, Stefano Bonaccini e Luciano D’Alfonso, e il ministro Claudio De Vincenti.

Le portatrici di ombrello sono così divenute, loro malgrado, strumento di polemica politica. La foto girata sui social, infatti, era occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e evitare l’accusa di maschilismo a un partito, il Pd appunto, che sta sempre con l’indice puntato conto gli scivoloni lessicali altrui che riguardano il “gentil sesso”. 

E’ accaduto però che le succitate “ombrelline” si siano ribellate a questa definizione che, forse, le ha umiliate due volte. E così una di loro, rintracciata dal Corriere, ha spiegato che nessuno ha ordinato loro di tenere gli ombrelli aperti, lo hanno fatto volontariamente e non immaginavano che si potesse scatenare una simile polemiche. Daniela, 29 anni, studentessa di Economia, racconta la sua versione dei fatti: “Guardi, noi siamo tutte volontarie e non siamo pagate, lo facciamo per passione. Davamo già una mano ai tempi del comitato elettorale del governatore D’Alfonso, con lui negli anni è nato un rapporto di amicizia e di stima. Insomma, quando ha iniziato a piovere non abbiamo minimamente pensato che si potesse scatenare un pandemonio simile. Nessuno ci ha ordinato di farlo. Il nostro staff è composto da 35 giovani e 23 siamo donne. In quel momento poi all’accoglienza c’eravamo solo noi, così abbiamo chiesto a tutti, anche alle persone del pubblico di rimediare degli ombrelli…“. E non si sono limitate a questo: Daniela racconta che alla fine del convegno le ragazze si sono fermate a ripulire le sedie, a riporre nelle scatole i pass. 

Cosa c’è di male? La domanda posta da Daniela è la domanda delle domande. Cosa c’è di male? Queste volontarie sono state umiliate da una foto ma anche dall’ansia di attaccare un partito, e soprattutto sono anche rimaste vittime di incrostazioni ideologiche che pesano ancora sul dialogo politico. La militanza femminile, dopo il femminismo, appare obbligata a ricalcare moduli che altri/e hanno predisposto, giusto per dare un’illusione di partecipazione alle donne che si affacciano alla politica. Ma anche attaccare i manifesti, dobbiamo dirlo, era a sua volta attività gratificante per le donne? Ad esaltare quella forma di attivismo è stata una dirigente abruzzese del Pd, Alexandra Coppola, ricordando di avere attaccato manifesti e preparato sale per ospiti illustri. E dove sta la differenza con le “ombrelline”? Mettiamola così: si trattava sicuramente di un lavoro più pesante di quello di reggere un ombrello eppure a distanza di tempo sembra che sia stato quello il vero spirito della militanza, e non solo femminile. 

E tuttavia, se partiamo dal presupposto che la militanza è volontaria e disinteressata, che nessuno costringe nessuno, qual è la differenza tra reggere un ombrello e attaccare un manifesto, soprattutto se si attacca un manifesto per un leader o dirigente maschio? Daniela ora non si capacita eppure non è difficile dare una risposta ai suoi dubbi: esiste un conformismo della politica al femminile, sui cui è bene che tutti si interroghino, per il quale basta mettere una a al posto della o (la ministra, la sindaca, ecc. ecc.) per gettare fumo negli occhi delle donne e farle sentire protagoniste. E’ un portato della prima Repubblica, perché se poi le ascolti da vicino, le politiche nuove, quelle di adesso, non ci tengono: alle grilline ad esempio non frega nulla se le chiami sindaco o sindaca. Non si fanno tanti problemi, come Daniela. Consapevoli, forse, che non è certo imponendo un nuovo galateo del linguaggio che si garantiranno partecipazione e rispetto per le donne. Dimenticate nella concretezza del quotidiano e strumentalizzate quando si tratta di dare fiato alle trombe della lotta politica.