Roma senza mafia. E ora è la “sindaca” Raggi l’imputata capitale

Il codice grillino riconosce solo i fatti che innescano reazioni in bianco  in nero. Ma va letteralmente in tilt quando si tratta di discernere e interpretare le 5o sfumature di grigio immancabilmente sottese alle cose della politica. Prendete Virginia Raggi: la “sindaca” di Roma si è presentata nell’aula bunker di Rebibbia sicura che di lì a poco avrebbe trionfalmente commentato la consacrazione giudiziaria di Mafia Capitale e tutto quel che ne sarebbe scaturito a maggior gloria sua e di tutti i Cinquestelle. La sentenza, invece, ha detto altro, e cioè che corruttori, cravattari e “Spezzapollici” non fanno una cosca, che Roma non è Corleone e, in ultima analisi, che senza il bailamme mediatico che ne è derivato, lei, la Raggi, non starebbe neppure in Campidoglio. Insomma, altro disco altra musica. Che ha mandato in tilt il codice grillino in dotazione alla Raggi costringendola ad una legnosa dichiarazione resa a margine di una conferenza stampa. Eccola: «Quello che la sentenza ha comunque accertato è che c’è stato un pesantissimo e intricatissimo sistema che per anni ha tenuto sotto scacco la politica. Roma oggi si sveglia esattamente come il giorno prima, sapendo che l’unica strada è quella della legalità». E legalità sia. Anche per la “sindaca” Raggi, tuttora alle prese con una richiesta di rinvio a giudizio che la riporterebbe in tribunale, questa volta non come avvocatessa e neppure come parte civile contro Buzzi e Carminati (decisione adottata dal prefetto Trinca) bensì come imputata. E ci sarà da divertirsi (se la richiesta dei pm sarà accolta dal giudice) quando in aula scorreranno testimonianze, intercettazioni, i contenuti dei dialoghi sui tetti e i nomi dei beneficiari delle polizze vita. Non vi emergerà lo spaccato a metà tra Er Più e la Mandrakata consegnato dall’ormai ex-Mafia Capitale, ma di certo non sarà neanche la riedizione di Alice nel paese della meraviglie.