Omicidio Fragalà, al via il processo. Ecco come è stato ricostruito il delitto (video)

Ci sono i testimoni oculari. Nove. Che erano lì, nel buio di quella sera di febbraio di sette anni fa, in quella strada che costeggia la piazza del Tribunale di Palermo. E videro perfettamente cosa accadde. I colpi, violenti, feroci, assestati con un bastone su Enzo Fragalà, parlamentare di An e penalista di spicco, ferito a morte dalle cosche il 23 febbraio del 2010 e spirato tre giorni dopo all’Ospedale Civico Benfratelli di Palermo. E ci sono le intercettazioni dei colloqui, frenetici e preoccupati, fra i mafiosi. Alcuni dei quali erano fisicamente lì, in quel momento. E stavano, appunto, compiendo l’omicidio.

Poi ci sono le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza di un Istituto di credito, di un negozio e di un palazzo. E gli sms che gli esponenti del clan di Borgo Vecchio si scambiano in quelle ore concitate. E ci sono, ancora, inoltre, le triangolazioni delle celle telefoniche che testimoniano gli spostamenti del gruppo. Da Borgo Vecchio, dove comanda il loro clan, alla zona del Tribunale di Palermo, dove avviene l’aggressione mortale. E, poi, ci sono i vestiti sequestrati ad uno dei partecipanti all’agguato utilizzati quella notte. E, infine, ci sono loro, tre pentiti e un dichiarante che, in momenti diversi, hanno parlato dell’omicidio. Anche se uno, il dichiarante – è il sospetto degli inquirenti – sta mentendo. Il perché non è ancora chiaro. Ma il tentativo di depistaggio è evidente.

Si apre fra 4 giorni, il 17 luglio prossimo, davanti alla Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo presieduta da Sergio Gulotta, il processo con rito immediato per l’omicidio di Enzo Fragalà. Un’udienza, quella del 17 luglio, che sarà interamente dedicata alla costituzione delle parti civili e alle questioni preliminari sollevate dalle difese. Poi si tornerà in aula il 24 luglio per entrare nel vivo di un dibattimento che vede alla sbarra sei mafiosi: Francesco Castronovo, considerato il killer materiale, colui che colpì ripetutamente e con una ferocia inaudita, con un bastone di legno, Fragalà sulla testa e sulle gambe, Paolo Cocco, anch’egli considerato dai magistrati uno dei due esecutori materiali del delitto, il boss del «mandamento» di Porta Nuova, Francesco Arcuri, considerato dai magistrati il mandante per conto del capomafia di Porta Nuova Gregorio Di Giovanni, i mafiosi del Borgo VecchioAntonino Abate, cioè colui che ha coordinato e diretto l’azione e Salvatore Ingrassia e, infine, il capomafia di ResuttanaAntonio Siragusa, cioè colui che avrebbero pianificato l’aggressione finita in omicidio.

Un quadro solidamente ricostruito dai magistrati palermitani che nei mesi scorsi hanno arrestato i sei mafiosi tre dei quali, Francesco Arcuri, Salvatore Ingrassia e Antonino Siragusa, erano già finiti in carcere in precedenza, a luglio 2013, proprio per l’omicidio Fragalà ma, poi, erano stati scarcerati in seguito all’archiviazione da parte del gip nel gennaio 2015. E riarrestati, quindi, di nuovo, il 15 marzo 2017 assieme agli altri della spedizione punitiva.

Un quadro probatorio complessivo, quello ricostruito dai magistrati palermitani, al quale si aggiungono, a corollario, i racconti dei pentiti.
La prima ad alzare il velo è Monica Vitale. Che nel 2011 tira in ballo il mandamento mafioso di Porta Nuova e  fa il nome di Francesco Arcuri.
Le intercettazioni inchiodano lui, Ingrassia e Siracusa. Che vengono arrestati. E poi scarcerati grazie a una perizia fonica. Si deve ripartire da zero o quasi.

Ma, nel 2015, arriva la piena confessione di un pentito che avrebbe dovuto far parte della spedizione punitiva, Francesco Chiarello, affiliato alla famiglia di Borgo Vecchio, che fa parte del mandamento mafioso di Porta Nuova. E anche la testimonianza della moglie, donna del clan, Rosalia Luisi. E, poi, a seguire, i racconti, più recenti, di un altro pentito, Salvatore Bonomolo, boss di Porta Nuova. Ma anche, prima, una dichiarazione “avvelenata”. Quella di uno degli arrestati, Antonino Siragusa. Che cerca di smentire Chiarello e di alleggerire la posizione di qualche suo coimputato. E non viene creduto dai magistrati.

E poi ci sono quelle intercettazioni , ambientali e telefoniche, in cui trovano, appunto, riscontro, i racconti dei pentiti. E che rafforzano il quadro probatorio rendendolo inattaccabile. E, infine, ci sono i tabulati telefonici che mostrano le chiamate fra i mafiosi e la loro posizione sul territorio prima, durante e dopo il delitto.

Vediamo, allora, come gli investigatori sono riusciti a ricostruire, passo passo, l’omicidio di Enzo Fragalà e a identificare uno a uno i mafiosi che presero parte all’agguato, mettendo insieme i vari pezzi della vicenda.

Gli investigatori chiamati a fare luce sull’omicidio di Enzo Fragalà si sono mossi in tre direzioni. Il primo passo è stato quello di setacciare la strada dell’agguato e le vie adiacenti cercando le telecamere, anche quelle private, che potevano aver ripreso la scena dell’aggressione ma anche l’arrivo e la fuga dei killer.
Sono stati estratti i flussi video dagli hard disk degli impianti di videosorveglianza di una filiale del Banco di Sicilia, che si trova all’angolo di via Nicolò Turrisi dove è avvenuto l’agguato, delle due telecamere del negozio Mail Boxes, sempre su via Turrisi e, infine, del palazzo dove si trova lo studio di avvocato di Enzo Fragalà. E’ questa la telecamera che ha ripreso il momento in cui il parlamentare di An esce dallo studio. E consente agli investigatori di fissare gli orari incrociandoli con quelli delle chiamate di soccorso al 112.

Sono stati anche esaminati i video registrati da un’altra telecamera, la più potente, una speed dome che si trova sul tetto del Tribunale, proprio di fronte alle finestre dello studio legale Fragalà. La qualità dei video era ottima ma la telecamera, che si muove in sequenza a 360 gradi secondo una ronda preconfigurata, in quel momento, nel momento dell’agguato, non era orientata in quella direzione. E, oltretutto, non era in grado di vedere sotto la galleria dove si trova il portone dello studio Fragalà.

Poi gli investigatori sono passati ad esaminare le testimonianze di chi, quella sera era lì, durante e prima dell’aggressione. Fra di loro c’erano anche due donne che quella sera hanno avuto la prontezza di spirito, ma anche il coraggio e il senso civico, di inseguire gli assassini tentando di fermarli mentre fuggivano prima a piedi e, poi, a bordo di un ciclomotore Honda Sh.

La scena del delitto, quella sera di febbraio, è incredibilmente animata. Ci sono nove persone in quel tratto di strada. E i loro racconti servono agli investigatori per mettere insieme i pezzi del delitto.
C’è Claudio Crapa, un ragazzo che sta portando a spasso il proprio cane così come il pensionato Maurizio Cappello. E’ lui il primo, alle 20  e 40 del 23 febbraio 2010, a chiamare i carabinieri quando vede l’aggressione.
Interrogato, Crapa racconterà di quel bastone arrotondato di circa 80 centimetri di lunghezza e 8 centimetri di spessore, simile alla gamba di un tavolo, con il quale il killer picchia ferocemente Enzo Fragalà. Descrive il killer come un uomo alto circa 1,85, robusto, che indossa jeans e giubbotto bomber scuri e un casco nero semintegrale con la visiera alzata e con tre adesivi colorati a forma di margherita stilizzata del marchio di abbigliamento Guru.

Il pensionato Maurizio Cappello, dal canto suo, descrive, invece così l’aggressore: sui 30-35 anni, robusto, si muoveva agilmente. Era alto circa 1 metro 80 centimetri, abiti scuri, casco da motociclista senza visiera, semintegrale. Cappello ricorda di aver sentito il bastone cadere a terra.

Viviana Friscia, arrivata sul posto in macchina assieme alla cognata Tiziana Auriemma, vede l’aggressore e lo ricorda vestito di scuro. Impugna il bastone,  sicuramente di legno, con la mano destra. E’ alto, aggiunge la Friscia, circa un metro e 90, indossa un casco scuro, forse bordeaux scuro, un giubbotto in tessuto scuro e jeans anch’essi scuri. E si dirige verso l’Istituto scolastico Turrisi.

La cognata che è con lei in quel momento, Tiziana Auriemma, fornisce la stessa testimonianza aggiungendo che il casco è un modello jet.
Giovan Battista Bongiorno, vigile del fuoco, arriva proprio mentre è in corso l’aggressione, in via Nicolò Turrisi . E’ lì perché ha appuntamento con Stefania Glorioso e  Giuseppe Barracco, portiere di uno stabile della via. I tre devono andare ad una riunione della Protezione Civile di cui fanno parte.
Bongiorno è l’unico testimone presente sulla scena del delitto che assicura di non aver visto nulla e nessuno, né l’aggressione, né l’aggressore, né l’arma. Niente di niente. «Posso affermare, con assoluta certezza, di non aver visto né l’azione dell’aggressore, né il bastone, né la fuga dell’aggressore stesso, né, tantomeno, di aver visto persone o mezzi riconducibili ai suddetti fatti».

Accanto a lui le telecamere riprendono un’altra testimone, Gaia Alongi. Entrambi, sia Gaia Alongi, sia Giovan Battista Bongiorno, vengono ripresi mentre guardano chiaramente verso la scena del delitto durante le fasi dell’aggressione. Ma, appunto, Bongiorno assicura di non aver visto nulla. Gaia Alongi, invece, va verso di lui urlando. Interrogata dirà che l’aggressore era vestito con abiti scuri. Si prodigherà, assieme a un ragazzo e ad una ragazza, per prestare soccorso ad Enzo Fragalà.

Stefania Glorioso arriva sulla scena del delitto a bordo del suo ciclomotore Honda Sh simile a quello che utilizzeranno i killer, arrivati con uno Scarabeo, per scappare. Interrogata spiegherà che l’aggressore era alto 1,85, indossava un casco integrale nero e picchiava Enzo Fragalà con un bastone di legno lungo circa un metro somigliante al manico di una pala.
La Glorioso descrive con precisione la fuga del killer e del complice che lo attende. Ricorda che l’uomo sale a bordo di un Honda Sh 150 o 125 bianco ultimo modello con le frecce bianche anziché arancioni, guidato da un complice che indossa un casco integrale nero e i due fuggono verso via Salesio Balsano e, poi, Porta Carini. Racconta anche che il killer, seduto sull’Sh, fa il gesto della mano come per disfarsi del bastone. E si sente il rumore del pezzo di legno che urta qualcosa.

Laura Rita Radicello assiste all’aggressione da una distanza di 20 metri. Sostiene che l’aggressore, alto 1.85-1.90, si allontana, di corsa, verso via Balsano. E, con grande spirito d’iniziativa e altrettanto senso civico, lei si mette a cercare, assieme ad un altro ragazzo, il bastone che ha sentito cadere davanti al negozio gestito dai cinesi. Ma non lo trova perché qualcuno, che era lì per conto degli aggressori per ripulire la scena del crimine, lo ha fatto, evidentemente,  sparire.

Ai racconti, estremamente precisi di 8 testimoni su 9 si uniscono le intercettazioni, i tabulati telefonici con la localizzazione degli indagati e le registrazioni delle telecamere. Ma ci vuole anche un pizzico di fortuna.

La Squadra Mobile di Palermo è, in quei giorni, sulle tracce del latitante Giovanni Nicchi. E, per questo, ha “messo sotto” anche le utenze di Salvatore Ingrassia, Antonino Siragusa e della compagna di quest’ultimo, Gabriella Rossi.
In quel momento la Mobile non immagina che sta seguendo un omicidio in diretta. L’analisi successiva dei dati consentirà di certificare che, proprio nei minuti durante i quali si consuma l’aggressione mortale a Enzo FragalàSalvatore Ingrassia e Antonino Siragusa sono esattamente lì in zona. E, come se non bastasse, vengono anche inquadrati dalle telecamere del negozio Mail Boxes. Le intercettazioni del telefono di Siragusa confermano che anche Antonino Abate è lì, in quel momento.

Ma, ancor prima, le intercettazioni certificano, che i tre stanno preparando l’agguato. Dicono che qualcuno gli deve procurare un «coso di legno» e che, poi, dovranno buttare una moto, evidentemente utilizzata per l’agguato. Descrivono perfino la strada dove si stanno apprestando ad andare a colpire «…dall’altra parte della strada dove scende…».
«Ma che tempo perdi? Minchia! – si arrabbia al telefono Antonino Abbate con Antonino Siragusa poco dopo – siamo rimasti alle otto meno  cinque!». Hanno fretta, il tempo stringe, Enzo Fragalà sta per uscire dal suo studio.
E, poco dopo, le telecamere del Mail Boxes inquadrano inequivocabilmente l’arrivo sul posto di Salvatore Ingrassia e Antonino Siragusa. Mentre la triangolazione delle celle telefoniche colloca, nella stessa zona, anche Antonino Abate.

Le telecamere registrano Ingrassia e Siragusa sfilare lungo via Nicolò Turrisi, sotto lo studio di Enzo Fragalà. Sono le 20 e 26. Mancano pochi minuti all’agguato. Due telefonate in ingresso sul cellulare di Ingrassia, l’ultima alle 20,31, certificano che i due sono lì, come provano anche le immagini delle telecamere che inquadrano l’arrivo, nel frattempo, di quelli che saranno alcuni inconsapevoli testimoni del delitto, il pensionato Maurizio Cappello e il vigile del Fuoco Giovan Battista Bongiorno. A quel punto i telefoni dei killer vengono spenti. Stanno per ammazzare Enzo Fragalà. Verranno riaccesi un’ora dopo. Quando oramai il delitto è consumato.