Quando l’Italia stupiva il mondo: la Fiat 500 entra nel MoMa di New York

Sessant’anni, ma non li dimostra. Anzi, tanto è ancora “in palla” da essere festeggiata non con un assegno pensionistico bensì con un trionfale ingresso nella galleria permanente del Museo di Arte Moderna di New York, il MoMa. Parliamo della mitica Fiat 500, l’auto più amata dagli italiani. E non solo dagli italiani, come dimostra la decisione del sancta sanctorum americano dell’arte di acquistarne l’esemplare della serie F, la più popolare di sempre, prodotta dal 1965 al 1972. Se esistesse un premio al miglior commento dell’evento newyorchese, di sicuro se lo sarebbe aggiudicato Olivier François – pezzo da novanta della Fiat-Fca – quando ha ricordato che «se è vero che la Fiat 500 ha segnato la storia dell’automobile, è altrettanto vero che non è mai stata solo un’automobile». Esatto. Per definirla, la 500, si farebbe prima a dire che cosa non abbia rappresentato. In realtà è stata tutto: auto, icona, simbolo, nave scuola, sogno economico di più generazioni e persino scomoda alcova per innamorati impazienti. Soprattutto è il relitto creativo di un’Italia che (purtroppo) non c’è più. Che non è solo o tanto quella del boom, ma è quella che riusciva a stupire il mondo con la sua originalità. Eravamo già allora esterofili, ma questo non ci impediva di filtrare le novità altrui con la creatività nostra. Esattamente il segreto che ha reso la 500 un modello in grado di cambiare per sempre il modo di disegnare e di produrre auto. Non solo in Italia, ma nel mondo, come dimostra la gloria imperitura riservatale dalla più globale delle città, New York. Ne siamo orgogliosi. Un po’ meno quando ci accorgiamo che sono sempre gli altri a doverci ricordare quale sia stato il nostro peso e il nostro ruolo anche nella ricerca, nella tecnologia, nel design. Forse perché non crediamo più in noi stessi. A guardar bene, nella sue essenza più profonda, la 500 è la maschera allegra di un’Italia giovane che però non aveva paura di invecchiare. L’esatto contrario di quella attuale, che gioca alla rottamazione pur di non riconoscersi, strainvecchiata, allo specchio.