La Cina comincia a fare affari con i palestinesi. E Israele si inquieta

Quattro importanti accordi in diversi settori, tra cui il sostegno al ministero degli Esteri palestinese, attività di formazione di risorse umane, e alcuni accordi di cooperazione economica e culturale. È  quello  che è emerso dalla recente visita – durata quattro giorni – di Mahmoud Abbas, a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, in Cina. Uno dei progetti più importanti che Pechino sosterrà in Palestina è la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Tra le richieste di Abu Mazen alla sua controparte cinese c’è stata anche quella di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa da parte del presidente dell’Anp di adoperarsi rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

La Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, formalmente sostiene la causa palestinese, anche se si è sempre esposta molto meno di quanto storicamente non facciano gli Stati Uniti nei confronti di Israele. Recentemente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invocato la limitazione delle relazioni diplomatiche con ogni paese – compresa la Cina – che abbia sostenuto la risoluzione Onu 2334, che condanna gli insediamenti dei coloni israeliani, compresi quelli a Gerusalemme est. Un “incidente” che ha spinto l’ambasciata israeliana a Pechino a rassicurare la Cina, affermando che la cooperazione tra i due paesi non sarebbe stata danneggiata dalle decisioni di Netanyahu. L’inquietudine israeliana è motivata anche dal fatto che, quando nel 2006 Hamas vinse le elezioni in Palestina, Pechino si rifiutò di designare il gruppo come “organizzazione terroristica”. E tanto basta.