Bossetti, è ergastolo. Lui grida la sua innocenza. Le tappe della vicenda

Confermato l’ergastolo a Massimo Bossetti. Così ha deciso La Corte d’Assise d’Appello di Brescia ricalcando in pieno la sentenza di primo grado.

La moglie di Bossetti, Marita Comi – in aula con gli avvocati e la madre del condannato – non è riuscita a trattenere le lacrime. Anche Bossetti si è abbandonato al pianto mentre uno dei suoi avvocati commentava: “Si è assistito alla sconfitta del diritto”. I legali faranno ricorso in Cassazione. Opposto il punto di vista del muratore per il quale invece giustizia è stata fatta. 

Nel corso delle sue dichiarazioni spontanee l’imputato aveva parlato di Yara: “Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà”. Il muratore di 46 anni, che ha tre figli, aveva chiesto invano di ripetere la perizia sul Dna. 

Le tappe della vicenda

La triste sorte di Yara Gambirasio si compie il 26 novembre 2010, quando la tredicenne esce dalla palestra di Brembate di Sopra, piccolo comune in provincia di Bergamo, e di lei si perdono le tracce. La giovane ginnasta va nel centro sportivo di via Locatelli per consegnare uno stereo, poi il buio la inghiotte lungo i 700 metri che la separano da casa.

Il  5 dicembre 2010 Mohamed Fikri, operaio di un cantiere edile di Mapello dove conducono i cani molecolari usati per le ricerche, viene fermato su una nave diretta in Marocco. Pochi giorni dopo le accuse vacillano: alcune parole in arabo mal tradotte e un biglietto per Tangeri già in tasca da tempo fanno cadere l’ipotesi di una fuga. Il 7 dicembre esce dal carcere, non è lui l’assassino. 

26 febbraio 2011. Mamma Maura e papà Fulvio smettono di sperare: il corpo della loro bambina viene trovato da un appassionato di aeromodellismo in un campo incolto a Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da casa. L’autopsia svela le ferite alla testa, le coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Nessun colpo mortale: quando chi l’ha colpita le volta le spalle lei è ancora viva. Il decesso, dopo una lunga agonia, arriva quando alle ferite si aggiunge il freddo.

9 maggio 2011. Viene isolata sugli slip e i leggings della vittima una traccia biologica da cui si estrae il Dna di ‘Ignoto 1’. Dopo mesi e centinaia di confronti si scopre che il sospettato è figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni. La salma dell’autista di Gorno viene riesumata (7 marzo 2013): la probabilità che siano padre e figlio è del 99,999%, ma non basta per risolvere il caso. Si riparte dal Dna mitocondriale di ‘Ignoto 1’ per trovare la madre. La comparazione nel giugno 2014 con Ester Arzuffi (Dna nelle mani degli investigatori dal 27 luglio 2012) porta al match: sono madre e figlio al 99,999%.

16 giugno 2014. Il presunto assassino di Yara ha un nome: è Massimo Bossetti, 44 anni, residente a Mapello. Sarà l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano ad annunciare via Twitter le manette. Il suo Dna (acquisito con un alcoltest) combacia con ‘Ignoto 1′. Per lui l’accusa è di omicidio con l’aggravante di aver adoperato sevizie e di avere agito con crudeltà. Un delitto aggravato anche dall’aver approfittato della minor difesa, data l’età della vittima. Per lui si aprono le porte del carcere di Bergamo.

L’11 marzo 2016, l’imputato prende per la prima volta la parola in aula durante il processo. “Quel Dna non mi appartiene: è un Dna strampalato, che per metà non corrisponde. E’ dal giorno del mio arresto che mi chiedo come sono finito in questa vicenda visto che non ho fatto niente”, dice ribadendo la sua innocenza.

1 luglio 2016. I giudici condannano Bossetti all’ergastolo, nessun isolamento diurno come chiesto dall’accusa. Tolta la potestà genitoriale, gli riconoscono l’aggravante della crudeltà.

30 giugno 2017. Si apre a Brescia il processo d’appello davanti alla Corte presieduta da Enrico Fischetti, accanto il giudice a latere Massimo Vacchiano e sei giurati popolari. L’aula resta vietata a telecamere e fotografi.