Bersani e il Sessantotto. Che male c’è a invocare una nuova ribellione?

E’ tanto grave ciò che Pier Luigi Bersani ha detto sul Sessantotto? A giudicare dai titolacci che gli hanno dedicato oggi Il Giornale e Il Messaggero sembrerebbe proprio di sì. Ecco cosa ha detto Bersani in un’intervista a La Stampa: “Di fronte all’umiliazione di una intera generazione mi stupisco che non sia ancora partito un nuovo Sessantotto. Allora noi contestavano le tre ’emme’, mestiere, moglie, macchina, come qualcosa di antico. Oggi sono diventate un obiettivo, spesso un miraggio”.

Il punto è che, se nomini il Sessantotto, anche se a 50 anni di distanza, scatta una serie di riflessi condizionati, come se venisse evocato il bau bau, la causa di ogni male italiano, il ricettacolo dei peggiori vizi dell’Italia postbellica. Scrive Stenio Solinas: “Il ’68 vuole dire lotta studentesca e vuole dire anni di piombo, scioperi, cortei e mazzieri, gambizzazioni e omicidi politici”. Ma forse Bersani si riferiva solo alla connotazione antisistema di quel fenomeno, si limitava a dire che una gioventù senza speranza di mobilità sociale (e senza speranza di pensione) dovrebbe organizzarsi al di là e oltre le sigle di partito, in nome dell’unità generazionale. E il Sessantotto, che piaccia o no, nacque proprio così. Poi diventò un’altra cosa. E se la contestazione antiborghese oggi sarebbe ridicola, avendo la crisi ricacciato proprio la borghesia ai confini del proletariato e del precariato, altre forme di ribellione (non necessariamente violente e non necessariamente di piazza) sarebbero un sicuro segnale di vitalità. Non ci sembra perciò che Bersani meriti chissà quali esorcismi. Quanto alla responsabilità degli anni di piombo (richiamata da Solinas)  quella attribuibile al Sessantotto non è percentualmente maggiore di quella che va ascritta alla Dc, ai ministri degli Interni e ai servizi. 

Ancora più duro Mario Ajello nel suo fondo sul Messaggero che addossa al ’68 la cancellazione del principio di autorità, la nascita della violenza politica, la deresponsabilizzazione dei cittadini, il falso totem dell’egualitarismo. Possibile che sia tutta colpa del Sessantotto? E pensare che un giornalista e scrittore non certo di sinistra come Adalberto Baldoni  ha sempre sottolineato che il vento del Sessantotto era solo un vento di libertà, e non necessariamente orientato a sinistra. E qual è la sua eredità? “Senz’altro una maggiore attenzione ai diritti individuali, tra cui quelli delle donne, dei discriminati o degli emarginati… Senz’altro una maggiore attenzione ai problemi ecologici. Senz’altro una rivendicazione della libertà che ha scosso, come è accaduto in Cecoslovacchia, anche gli oppressi dalla tirannide del comunismo».

Detto ciò, non è che il Sessantotto vada santificato. E’ vero che diede la mazzata finale al concetto di autorità. Ma è anche vero che quest’ultimo doveva essere assai acciaccato se vi sono storici e autori di tutto rispetto (da Berdjaev a Guénon) che fanno risalire la fine del principio di autorità all’epoca della Riforma protestante. Il primo monarca decapitato risale al 1649 e fu conseguenza della Rivoluzione inglese…

 In fondo, senza scomodare il ’68 l’auspicio potrebbe tradursi in questo: un movimento giovanile che apsira a cambiare la società e sempre meglio di una massa di giovani che aspirano solo a cambiare il proprio conto in banca.