1 luglio 1944: nascono le Brigate Nere. Con lo scopo di “rompere la schiena dei ribelli”

È datato 30 giugno 1944 il decreto firmato da Benito Mussolini che darà il via a partire dal 1 luglio, del Corpo ausiliario delle squadra d’azione delle camicie nere, dette Brigate nere. Un atto che, ormai 73 anni fa, in una fase drammatica per l’Italia e per l’Europa, portava a compimento la militarizzazione del Pnf in risposta al radicalizzarsi della guerra civile nel Nord e all’offensiva delle bande partigiane. I partigiani venivano chiamati “ribelli”, come si evince da uno degli stornelli delle Brigate nere: “Siam stati nel Piemonte e in Lombardia/ per rompere la schiena dei ribelli/ li abbiam lasciati morti per la via/ con sulle labbra i nostri canti belli…”. 

Nelle Brigate nere potevano confluire volontariamente tutti gli iscritti al partito di età compresa tra i 18 e i 60 anni. Il modello cui guardano le Brigate, come sottolinea Alessandro Pavolini, era il primo squadrismo, ma questa nuova milizia, consapevole che la “guerra è entrata nel suo ultimo quarto d’ora”, deve guardare anche alla guerriglia partigiana e al suo operato privo delle rigide regole militari. E’ ancora Pavolini a spiegare: “Il movimento partigiano ha successo perché il combattente nelle file partigiane ha l’impressione di essere un uomo libero. Egli è fiero del suo operato perché agisce indipendentemente e sviluppa l’azione secondo la sua personalità e individualità. Bisogna quindi creare un movimento antipartigiano sulle stesse basi e con le stesse caratteristiche”. 

I minori vincoli di disciplina decretano il successo dell’iniziativa, che giungerà a contare circa 30mila uomini. Ovviamente, grazie anche alla paga di 1500 lire al mese, le Brigate nere attirarono non solo fascisti entusiasti ma anche personaggi violenti e sanguinari, privi di scrupoli al punto da scandalizzare gli stessi ufficiali tedeschi. 

Del resto il clima plumbeo che lasciava presagire la fine imminente e che non concedeva tempo per ripensamenti ma solo per un irrigidimento delle posizioni ideologiche, è ben descritto nella documentazione pubblicata nel recente studio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò (Il Mulino). C’è una lettera, impressionante, di un sottotenente della Gnr, Fernando Mugnaini, alla madre, che restituisce uno stato d’animo che deve avere accomunato molti dei fascisti accorsi alla “battaglia finale”: “L’epicentro della tempesta si approssima. Tutto il mondo, col peso del suo marcio, sta per rovinarci addosso. Irrigidiamoci! Disumaniamoci! Dimentichiamo affetti, sentimenti, tutto ciò che riguarda noi stessi. Facciamoci un cuore di sasso. Imponiamoci una coscienza spartana. Industriamoci nella rinuncia. Le mascelle serrate, tiriamo diritto fino in fondo, a qualunque costo. Tutto, tutto perisca!Uomini, cose, città di ieri e di oggi. Muoia tutto un passato e tutto un presente. L’Idea sola resti grande per la vittoria e nella vittoria. Tutto perdiamo! Amici, parenti, congiunti, gioie. Restiamo nudi! L’anima sola di noi resti! Ma che il nemico, scavalcando i nostri cadaveri, senta su di sé la condanna del sangue che lo schiaccia, l’alito invincibile di Una Fede che ha smosso le montagne e sconvolto cieli e oceani“.

Del resto è proprio il comando del nuovo corpo, l’11 luglio del 1944, a dichiarare la “mobilitazione totale”: “Da questo momento tutti i fascisti devono considerarsi in stato d’emergenza per la lotta contro l’attività dei ribelli e degli antifascisti”. 

Con questo spirito si eseguivano i rastrellamenti, anche se non tutti i fascisti impegnati in questa attività, in verità, useranno accenti così esaltati e non mancheranno coloro che dimostrano sì una fede incrollabile, ma nella vittoria immancabile. Così scrive per esempio un milite delle Brigate Nere che sarà ucciso a Milano il 29 aprile 1945: “Caro Berto, in alto i cuori perché il momento della riscossa è vicino. Teniamoci pronti a riprendere l’aìre e arrivare alla nostra Firenze con il morale altissimo. Con chi è rimasto non avrò nessuna pietà perché a professare una fede per venti anni e in un attimo cambiare idea non hanno dimostrato altro che essere dei farabutti e la nostra vendetta deve ricadere più su loro che sugli altri…“. 

Un dato storico che va sicuramente sottolineato è la presenza nelle Brigate nere di giovanissimi e di anziani, fianco a fianco nel vestire la camicia nera: a Treviso per esempio si vedono ragazzini di 13-14 anni armati di moschetto o anche di mitra mentre a Verona si arruola un ex sansepolcrista e reduce della Marcia su Roma di 83 anni, Eligio Quaglia

Le azioni delle Brigate nere si inseriscono in un contesto di violenza diffusa, dove non mancano episodi di vendetta personale e pratiche criminali comuni. Contesti che si ritrovano in ogni guerra, soprattutto  quando essa sta per volgere al termine. Eppure, anche in quel clima e in quella situazione, non mancarono episodi di personale consapevolezza sulla tragedia di una guerra fratricida. Ne fa fede la lettera di un parà volontario di Bologna, Roberto Nanni, datata 21 gennaio 1945, in cui racconta alla madre di avere accompagnato un partigiano che lui stesso ha ferito al posto di medicazione: “Quel partigiano, quello su cui ho dovuto sparare, se no sparava prima lui, parlava la mia stessa lingua, diceva “Mamma” come lo dico io ora…”.