Torte spedite, tende chiuse e j’accuse: il fuoco “ami-nemico” colpisce Renzi

È sempre bufera nel Pd dopo la sconfitta ai ballottaggi per le amministrative, con il segretario di partito, l’ex premier Matteo Renzi, finito nel mirino del fuoco “aminemico” di due ex segretari: Walter Veltroni e Dario Franceschini, oltre che del padre nobile, Romano Prodi, in vena di invettive contro il delfino dem. E mentre tra i tre volano gli stracci, Bersani allarga il campo delle recriminazioni e, sull’onda lunga del risultato dei ballottaggi che continua ad abbattersi come uno tsunami sul Partito Democratico e sul suo segretario, sentenzia: «Troviamo un altro innesco, altrimenti il rischio è serio. Tira un’aria di destra»…

Bersani, da Renzi atteggiamenti canaglieschi

E le urne lo hanno confermato inconfutabilmente: nonostante il disperato tentativo di Renzi di ridimensionare la botta e di farfugliare giustificazioni e aggiustamenti di tiro. Non per niente, il Pd «sta sulle scatole a un numero crescente di italiani e ha tranciato i rapporti con una sensibilità di sinistra e di civismo», prosegue la sua disamina Bersani in vena di j’accuse dalle colonne del Corriere della sera, disanima che poi conclude: «Renzi ha continuato a negare i problemi con un solipsismo sempre più arrogante». E all’affondo anti-renziano inferto da Romano Prodi e Dario Franceschini nei confronti di Matteo Renzi, Bersani infligge il colpo di grazia: «Ci vuole coraggio a dare le colpe alle scissioni», spiega e chiosa: «Segnalo dei tratti di ingenerosità che a molti appaiano canaglieschi».

Franceschini gli manda la “torta»…

E se con il ministro della Cultura, il confronto continua a sostenersi a suon di grafici, con l’ex segretario Veltroni la polemica vira sulla metafora …  E così, dopo la “torta” porzionata quanto indigesta per chi se l’è vista recapitare, e con cui Renzi ha ribaltato le letture dei risultati che vogliono il Pd sconfitto alle urne, Franceschini, tenutosi fin qui a debita distanza dalo scannatoio, prima, e dall’area del fallimento, poi, della legge elettorale, torna a farsi sentire pubblicando sui social i grafici –presi da un quotidiano – che descrivono impietosamente l’andamento del consenso del Pd a Genova. Poi commenta, masticando amaro: «Quando perdi vuol dire che si è rotto qualcosa con il tuo elettorato, con il Paese, e devi capire cosa. Devi ricucire. I numeri di questa tornata amministrativa purtroppo, parlano chiaro”, ribadisce allora il ministro dei Beni culturali ed ex segretario Pd, in una intervista a Repubblica. «Ci troviamo a un bivio, che riguarda non solo il Pd – aggiunge poi Franceschini –, ma i destini del Paese nei prossimi anni. La via da intraprendere non può essere che quella della ricomposizione del centrosinistra». E infine, un laconico: «Non regaliamo il Paese a Grillo o alla destra».

E Prodi sposta la tenda più in là…

Non si sottrae al confronto-scontro, infine, neppure Valter Veltroni, che rivolgendosi direttamente al segretario dem, lo rimprovera di aver abbandonato l’ispirazione di fondo del Pd. «A Renzi ho sempre riconosciuto che la sua ispirazione di fondo somigliava a quella del Lingotto. Ma ora, e gliel’ho detto con sincerità, faccia a faccia, gli consiglio di cambiare passo, serve una nuova stagione». E a detta di Prodi, che a maggio aveva riassunto la sua posizione all’interno del Pd spiegando di non essere «più iscritto da anni» e asserendo di essere un «senza casa» che vive «in una tenda vicina al Pd»,ora quella tenda, va «riposta nello zaino». O quanto meno va spostata più in là, oltre una sconfitta che ha incendiato il terreno. Terreno di scontro che continua a bruciare quanto la sconfitta elettorale di domenica scorsa.