Se lo sport sporca la politica: i milionari NBA non vanno da Trump

Non riescono ancora a darsi pace i ricchi americani snob, o quelli che lo vorrebbero essere, per la sconfitta elettorale della loro beniamina Hillary Clinton, molto più radical-chic, alla moda, frequentatrice dei salotti che contano, meglio se di New York: dopo attori finiti, scrittori senza lettori, intellettualoidi, giornalisti falliti, gente troppo pagata per quanto lavora, adesso è il turno di una categoria paragonabile a quella dei nostri calciatori, a snobbare il presidente americano: le stelle del Nba, gli idoli delle folle del basket, che guadagnano milioni di dollari a stagione, hanno deciso di adeguarsi alla moda imperante democrat, magari per non essere esclusi dalla società consumista e capitalista o per non essere guardati con sufficienza da quelli che spendono migliaia di dollari per un paio di scarpe, mentre Trump sta faticosamente cercando di restituire il lavoro ai minatori e alla gente povera che gli ha dato fiducia. A quanto si apprende, infatti, i Golden State Warriors, squadra americana di basket che ha appena vinto il titolo Nba 2017, in Europa perfettamente sconosciuta, vorrebbero disertare la cerimonia di celebrazione con il presidente americano Donald Trump. Negli States da sempre la squadra vittoriosa dei campionati di basket, baseball e football vanno in delegazione alla Casa Bianca a festeggiare il titolo. Ma sarebbe disdicevole per questi cocchi delle masse raffinate democrat, farsi vedere con un rozzo come Trump, per cui hanno deciso di comportarsi così, anche probabilmente in ossequio ai quotidiani che si erano vergognosamente schierati con la Clinton, alla faccia del giornalismo indipendente, e che poi potrebbero non parlare bene di loro e dei loro ricchi e generosi sponsor. Sembra sia la prima volta che un team al completo diserti le celebrazioni con il legittimo presidente, ma è anche la prima volta che giornali, presidente in carica e movimenti vari hanno sporcato la campagna elettorale con fango, menzogne, falsità contro un presidente che invece ha avuto l’appoggio del popolo americano, quello vero, quello che lavora, quello che non è milionario. Che la decisione sia politica non c’è dubbio, perché due anni fa la squadra si recò a rendere omaggio al presidente molto più politically correct, Obama. Bei tempi quando la politica non sporcava lo sport. Ora è lo sport che sporca la politica.