Rogo Centocelle, la Procura di Roma non molla: il rom va rimesso in carcere

Impugnare l’ordinanza del gip di Torino che lo ha scarcerato e trovare nuove prove a carico di Serif Seferovic, il rom accusato dell’omicidio delle tre sorelle morte nel rogo del camper in cui vivevano a Centocelle. Sono le due strade che la procura di Roma sarebbe decisa a percorrere per impedire che l’uomo resti libero e, quindi, possa eventualmente fuggire. 

Roma impugnerà la decisione del gip di Torino?

La decisione se impugnare o meno il pronunciamento del gip piemontese – riferisce Repubblica, che pubblica un retroscena sull’evoluzione dell’inchiesta – arriverà nelle prossime ore. Ma il sostituto procuratore romano che ha in mano il fascicolo, Antonino Di Maio, dovrà prenderla di concerto con il collega della procura torinese. In prima battuta il pm piemontese aveva convalidato la ricostruzione romana, che aveva portato all’arresto del 20enne rom, ma non è detto che vi sia lo stesso orientamento dopo la scarcerazione da parte del gip.

Le prove a carico del rom

Intanto procura e squadra mobile di Roma restano fortemente impegnate sulle indagini. Il gip di Torino ha rigettato le misure cautelari per Seferovic, pur convalidandone il fermo, sostenendo che non c’è il «criterio individualizzante» per attribuirgli il lancio della molotov che ha provocato l’incendio. Ma nella Capitale non ci sono dubbi che sia proprio lui l’autore del rogo di Centocelle e, quindi, della strage delle tre sorelle Halilovic di 4, 8 e 20 anni. A conforto di questa ricostruzione vi sono le immagini e le prime risultanze dell’inchiesta, dalle quali è emerso, tra l’altro, che il furgone immortalato sul luogo della strage è del fratello di Seferovic, Renato, il quale risulta irreperibile dalla notte del rogo

Il timore che Seferovic scappi

E proprio dal furgone sarebbe partito il supplemento di indagine, mentre la prima preoccupazione in questo momento è evitare che Serif Seferovic, approfittando della decisione del gip, prenda il volo come il fratello. Per questo, suggerisce Repubblica, «è facile immaginare che gli uomini della mobile stiano in qualche modo monitorando i suoi movimenti».