Il ricatto del boss Graviano ai pm: scarcerazione in cambio di Berlusconi

Ventiquattro anni di carcere non passano mai. Sono un’eternità. Un macigno enorme e pesantissimo che ti schiaccia. Se poi te li stai facendo in una cella senza acqua né luce naturale, senza energia elettrica e servizi igienici, seppellito in un carcere di massima sicurezza e con un 41bis sulle spalle per gravi accuse di mafia, c’è solo un modo, oggi, in Italia, per mettere il naso fuori da lì e tornare a fare una vita quasi normale: parlare di Berlusconi alla magistratura. La parolina magica che spalanca tutte le porte del carcere. Più magica di abracadabra. Oppure, ancora meglio, imbastire qualche discorso, ma sempre su Berlusconi, rappezzando, pescando qua e là a casaccio, e poi chiacchierando a vanvera durante la limitata ora d’aria in cui incontri qualche altro detenuto prima di ritornare nell’antro.

Ed è quello che ha fatto, ripercorrendo il percorso già fatto in precedenza da altri suoi esimi colleghi, il boss mafioso Giuseppe Graviano ben sapendo – come lo sa qualsiasi detenuto, anche il più piccolo degli spacciatori – che perlomeno dal 1997, da quando, cioè, fu istituito il Gom, il Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria – qualsiasi chiacchiera in carcere, anche la più innocua e banale, viene, sempre, intercettata, vivisezionata e poi offerta ai magistrati su un piatto d’argento: dai discorsi fra detenuti ai colloqui con i familiari. E, ogni tanto, resta miracolosamente impigliato in quelle intercettazioni a strascico, anche qualche colloquio con gli avvocati. Cosa vietatissima dalla legge. Ma, come tutte le cose vietate dalla legge, fatta senza problemi in Italia.

E dunque cosa dice il mafioso Giuseppe Graviano, al collega di passeggiata mattutina, il boss di San Marzano sul Sarno, soprannominato “‘a scamarda” Umberto Adinolfi, quel 10 aprile del 2016 nel cortiletto del carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno ben sapendo di essere intercettato? Il boss mafioso, abituato per, chiamiamola, “deformazione professionale”, a tenere la bocca chiusa e ben serrata, si lascia andare sognante come un bimbo ai ricordi. E lo fa ad alta voce: «Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo è stata l’urgenza di… come mai questo qua, poi che successe, ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia, Berlusconi…».

Diciamo la verità: se uno, un normale cittadino qualsiasi, fa un discorso così, da ubriacone, farfugliato, sconnesso e surreale, come minimo i carabinieri se lo portano via per sospetto coma etilico dopo averlo fatto saltellare su un piede solo lungo la striscia di mezzeria della carreggiata.
L’unica cosa che si capisce dal discorso – e che Graviano ripete come un mantra – è la parola Berlusconi, la parolina magica. Ed è così che quel discorso strampalato, senza senso né coda ma fortunatamente con la parola “Berlusconi” ripetuta più volte, finisce, proprio stamattina, guarda caso, depositato al vacillante processo cosiddetto “Trattativa Stato-Mafia“.
Un processo che proprio poche ore fa ha ricevuto l’ennesima, formidabile, spallata, non dai mafiosi, non dai pentiti, ma nientedimeno che dalla Cassazione, la Suprema Corte.  Che ieri ha confermato definitivamente l’assoluzione degli alti ufficiali dell’Arma, Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano. Le due vicende, quella sulla “Trattativa Stato-mafia” e quella sulla mancata cattura di Provenzano, sono più che intimamente legate. Si reggono, pericolosamente, l’una sull’altra. Se viene giù una, l’altra segue rovinosamente come un castello di carte che si sfalda al primo spiffero.

Sarà per questo che oggi i pm sono dovuti correre ai ripari e mettere una bella “zeppa” sotto al vacillante processo “Trattativa Stato-mafia“? E quale migliore zeppa di quella che porta inciso in bella vista il nome di Silvio Berlusconi, l’Uomo Nero, il Diavolo di ogni pentola nella quale sobbolle, secondo le ardite ricostruzioni di molti magistrati, la solita zuppa di mafia, massoneria, politica, servizi segreti deviati e quant’altro?

«Parole senza fondamento», le bolla l’avvocato del Cavaliere, Nicolò Ghedini: «Notizie infamanti ogni volta che ci sono le elezioni».

Sentiamo qualche altro spezzone delle chiacchiere da bar che Graviano propina ai microfoni dei Gom: «Lui (Berlusconi, s’intende, ndr.) voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa… ».

E mesi prima, il 22 gennaio 2016, a ruota libera, ben sapendo che i Gom sono lì a intercettare: «…Poi nel 1993 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, la mafia, iddi ricinu (loro dicono ndr) che era la mafia, allora che fa il governo senza, ha deciso di allentare il 41bis, poi c’è la situazione che hanno levato pure i 450…».

E’ l’argomento più caro ai magistrati che stanno faticosamente cercando di far quadrare il processo “Trattativa Stato-mafia“, la scommessa che dietro le stragi c’è, appunto, il tentativo di forzare la mano. E ottenere l’allentamento del 41bis. In cambio della fine della stagione stragista. E’ la prova che manca per chiudere un cerchio che, finora, resta aperto. Se lo dice Graviano
E, infatti Graviano viene “introdotto” nel processo “Trattativa Stato-mafia“, il 28 marzo scorso viene indagato per minaccia a Corpo politico dello Stato in concorso con altri boss dai magistrati. E’ l’altra “zeppa” che serve a dimostrare quello che, per ora, è indimostrabile.

«Nel 1993 le cose migliorarono tutto d’un colpo – racconta Graviano, sempre intercettato dal Gom, quel 22 gennaio 2016 – … andavano alleggerendo del tutto il 41 bis. Poi io sono arrivato a Pianosa e non succedeva niente, non ti toccavano».
Eccola la caramella gettata nel processo “Trattativa Stato-mafia“. Lo Stato si fa pecora di fronte alla mafia, la “Trattativa” è andata a buon fine: le stragi si fermano, il 41bis si allenta.

Il 17 settembre 2016 Graviano, oramai ben consapevole che il messaggio è arrivato a chi di dovere e che, prima o poi, verrà chiamato a confermare i suoi racconti distillati durante le sorvegliatissime ore d’aria quotidianamente intercettate dal Gom, torna sull’argomento.
Quella cella senza acqua né luce, gli sta stretta. Ben altra cosa le detenzioni dei pentiti. E parte un altro messaggio, anch’esso “fortunosamente” intercettato dal Gom: «…Quella notte si sono spaventati, un colpo di Stato, il colpo di Stato e Ciampi è andato subito a Palazzo Chigi assieme ai suoi vertici, fanno il colpo di Stato. Loro, loro hanno voluto nemmeno la resistenza, non volevano nemmeno resistere. Avevano deciso già… In quel periodo il 41 bis è stato modificato e 300 di loro…».

Sembra di vederlo Graviano, quando parla della notte del 27 luglio 1993, cioè la notte degli attentati contemporanei al Padiglione di arte contemporanea di Milano e alle Basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, a Roma.
I 300 sono i 300 detenuti ai quali l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso – che, oramai morto, non può più difendersi – decise di non prorogare il carcere duro.

Ma la questione più importante, Graviano lo sa, resta una: tirare dentro Berlusconi. E’ l’unico modo per guadagnarsi l’uscita dall’inferno del 41bis, per gettarsi alle spalle definitivamente quei 24 anni di carcere: «Berlusconi – riparte Graviano dettando il suo messaggio ai microfoni dei Gom – ha iniziato negli anni ’70 con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna da solo e si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato ad avere, grazie a diversi… un partito così nel ’94… si è ubriacato. Perché lui dice: “Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato”. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore…».

E dunque, ecco il messaggio da consegnare ai magistrati: Berlusconi ha tradito la mafia dopo essere stato aiutato a fare fortuna e a fare Forza Italia. Vecchi teoremi palermitani già più volte smontati dalla Cassazione.
Può bastare? Non che non può bastare. Per mettere il naso fuori da quella cella in cui è seppellito Graviano ci vuole altro. E dunque ecco che il boss rincara la dose. C’è altro fango da mettere sul piatto della bilancia. Saranno poi i magistrati a decidere se quel fango vale. E quanto vale. Se quel fango vale oro, sevale la libertà da quella cella infame.
Ecco, dunque, altre palate di fango: «Al Signor Crasto (cornuto, ndr) gli faccio fare la mala vecchiaia – dice Graviano ai microfoni dei Gom – Trenta anni fa mi sono seduto con te, 25 anni fa mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi arrestano e tu cominci a pugnalarmi». E ancora: «Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta … alle buttane glieli da’ i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso … e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente. Ma pezzo di crasto – si sfoga Graviano ai microfoni del Gom – ma vagli a dire come sei al governo. Che hai fatto cose vergognose, ingiuste… ».

E già che c’è, Graviano parla pure di Dell’Utri, l’aggancio di Berlusconi con la mafia, secondo i teoremi di alcuni magistrati: «A Dell’Utri perché lo hanno condannato? Perché lui, a forza di pungere, pungere e creare e fare riposare alcune persone si è dovuto trascinare… lui se non avesse …  modificato alcune leggi brutte che c’erano, Dell’Utri non si troverebbe in galera, siccome lo ha dovuto fare per tenere alcune persone in carcere, mi sono spiegato? Per tenere alcune persone in carcere… purtroppo… si è dovuto trascinare pure a quello». E sì che si è spiegato, ora, Graviano.

Ce ne è abbastanza perché i magistrati, ricevuto il messaggio in codice, lo chiamino per tirarlo fuori da lì. Senonché quella vecchia volpe del boss non è che s’è sgolato per niente ai microfoni del Gom. «Mica stiamo a smacchià i ghepardi», direbbe Bersani. E così quando i magistrati, il 28 marzo scorso, si presentano per contestargli le intercettazioni, quelle chiacchiere che lui s’è venduto ai Gom, per assicurarsi la libertà o, comunque, un trattamento più umano, Graviano li manda in bianco come un consumato giocatore di poker: «Quando sarò in condizioni sarò io stesso a cercarci e a chiarire alcune cose che mi avete detto…».
E se i pm non avessero capito, rincara la dose: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere a causa delle mie condizioni di salute che oggi non mi consentono di potere sostenere un interrogatorio così importante ed anche a causa del mio stato psicologico derivante dalle condizioni carcerarie che mi trovo costretto a vivere». Il senso? Prima mi liberate e prima parlo e confermo. Una trattativa, questa sì.
Il risultato? Solo questione di mesi.
Graviano, oramai, non ha più nulla da perdere. In quel carcere la vita è un inferno. Parla di «cattiverie. Non so dove vogliono arrivare. Possono arrivare alla morte, perché se io devo affrontare un interrogatorio io lo affronto però poi devo essere in condizione di affrontarlo. Io sono in una camera in cui non funziona il water, non funziona la luce e non entra la luce. Stamattina ho fatto la barba al buio. Nella mia stanza non entra luce naturale né luce né aria. La mia finestra si affaccia su un locale chiuso, quindi non vedo niente» E ai magistrati che insistono fa capire che il tempo stringe. Da un lato c’è il processo “Trattativa Stato-mafia” che traballa e tutte quelle chiacchiere su Berlusconi da confermare. E, dall’altro, quella cella infame nel carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno che può diventare la tomba di Graviano. Prendere o lasciare.