Non c’è prostituzione. Per la Cassazione la lap dance è arte

Quando tutto è arte anche a discapito del buongusto e della dignità personale. Per la Cassazione la lap dance è una lecita espressione di forma artistica svincolata dal reato di prostituzione. La Suprema Corte ha ribaltato il verdetto del Tribunale di Milano che aveva condannato i gestori di due locali a 5 anni per associazione a delinquere, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.

Per la Cassazione la lap dance è arte

La Cassazione ha annullato le condanne ordinando un nuovo Appello sulla scorta della convinzione che la lap dance rappresenti un esercizio  artistico (senza forme di più o meno occulte prostituzione) nel caso in cui le ballerine non siano in condizione di sottomissione materiale o psicologica alla volontà del cliente. Anche quando «questi sia portatore di richieste di fruizione di specifiche prestazioni di natura sessuale quali toccamenti o più spinti spogliarelli». Ed è proprio la possibilità di scegliere da parte delle ragazze l’elemento discriminante per i giudici, che di fatto riabilitano il ballo erotico. Finché le ballerine sono libere di scegliere non c’è reato. Nel caso portato in Cassazione dagli avvocati Franco Coppi, Angelo De Riso, Roberta Quagliata, Antonio Rodontini e Salvatore Scuto, le ragazze si intrattenevano con i clienti al bancone-bar o sui divanetti per consumare bevande offerte dai clienti: un comportamento – secondo gli ermellini – che corrispondeva non solo a un invito dei titolari ma anche a un interesse delle ragazze, una cui parte di retribuzione era agganciata a quanto consumato dai clienti. Un meccanismo che per i giudici – come riporta il Corriere della Sera – «spingeva le ragazze a un certo “protagonismo” finalizzato, attraverso fisica intimità, che a volte poteva trascendere in espliciti quanto fugaci toccamenti, ad accaparrarsi e fidelizzare i clienti più remunerativi, ponendosi così anche in posizione di forza nelle trattative con i gestori sui turni di lavoro».