Mafia Capitale, l’avvocato di Carminati: «ripristinate lo Stato di diritto»

«Io non so se l’innocenza è un buon motivo per essere assolti. Sicuramente dovrebbe essere un motivo sufficiente. Non so se è anche un buon motivo. Sicuramente lo è il ripristino dello Stato di diritto. E io a voi chiedo questo. Vi chiedo di ripristinare lo Stato di diritto che è stato incredibilmente ed ostinatamente violato nel corso di questa indagine. Riportate lo Stato nella sua sede naturale e in quella posizione sopraelevata rispetto a tutti i cittadini. E soprattutto alla stessa distanza da tutti i cittadini per far sì veramente che non sia una mera petizione di principio quello che leggiamo sopra e sotto i vostri banchi». Con un discorso appassionato e, nel finale, a tratti, commosso, la giovane legale di Massimo Carminati, Ippolita Naso ha concluso oggi la sua arringa al processo Mafia Capitale.

Per tre giorni, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, il legale ha ripercorso, passo dopo passo, intercettazione dopo intercettazione, la vicenda processuale mettendo in seria difficoltà i pm, incrinando più volte il castello accusatorio e mostrando, carte alla mano, quelle incredibili mancanze che hanno caratterizzato gli accertamenti. Accertamenti che, in moltissimi casi, non sono stati neanche fatti ma dati per scontati, per quanto impensabile possa sembrare in un processo così importante e complesso dove ci si aspetterebbe ben altro tipo di approccio.

E’ stato solo per l’attività di indagine condotta dalla difesa in piena solitudine che sono emerse mancanze se non gravi perlomeno imbarazzanti nella struttura dell’inchiesta laddove sono state sostenute – e scritte nelle memorie – vicende ed episodi che non erano, in realtà, corroborati da prove e neanche, appunto, da accertamenti.

I controesami in aula degli investigatori che si sono occupati a vario titolo delle indagini, non solo del Ros, da parte del legale di Carminati, hanno portato ad ammissioni sconcertanti laddove questi testimoni in divisa, messi alle strette, in più di un caso, hanno dovuto candidamente ammettere che quanto scritto nelle carte processuali non era, in realtà, stato riscontrato.

Per dire: i magistrati romani accusano Carminati, Fabrizio Testa e Buzzi di aver erogato, «previo concerto», quindi dopo un accordo fra loro, ad Andrea Tassone, presidente Pd del X Municipio di Ostia, 30.000 euro di tangente. E’ quello che si legge nel capo di imputazione. E nella memoria che i pm presentano al Tribunale viene sostenuto che tutto questo si ricava da un’intercettazione ambientale fatta dagli investigatori del Ros in via Pomona, sede della cooperativa di Buzzi. Senonché nell’intercettazione dell’11 luglio 2014 non c’è una parola al riguardo. Si sente Carminati e Alessandra Garrone, compagna di Buzzi dissertare sulle qualità dimagranti e salutari dello yogurt. «Per lunghi minuti si parla di questo – annota l’avvocato Naso che si è riletta tutte le intercettazioni  e, alcune, le rilegge anche alla Corte – Verificate se si spenda mezza parola in questa intercettazione ambientale che si possa riferire all’asserita corruzione, alla dazione di denaro ad Andrea Tassone. Se leggete è a tratti anche esilarante perché c’è questa lunga dissertazione sulle qualità dimagranti e salutari dello yogurt. Ma non ho trovato traccia, nella trascrizione, della dazione di denaro a Tassone. Potrebbe essere anche un linguaggio cifrato – ironizza l’avvocato di Carminati – però neanche questi pubblici ministeri sono arrivati a sostenere tanto».

A un certo punto nell’intercettazione si parla di un certo Andrea. Potrebbe essere Andrea Tassone. Ma il 10 maggio 2016, ricorda l’avvocato Naso, durante il controesame, il capitano del Ros, Federica Carletti, su richiesta del legale di Carminati e Testa, esclude che vi fossero contatti in quel periodo.

Poi c’è il capitolo della turbativa d’asta all’Ama. «Nella memoria dei pubblici ministeri ho trovato delle considerazioni che rasentano la follia – dice l’avvocato Ippolita Naso rivolta al Tribunale – i pm sono costretti prima a fare una sorta di panegirico di Panzironi, indicato come l’uomo dell’amministrazione comunale di primissimo ordine e di grandissimo spessore. I pm conferiscono a Panzironi un ruolo che, invece, nel capo di imputazione avevano attribuito a Testa che dovrebbe essere la testa di ponte di questa organizzazione, chiamato a partecipare in quanto rappresentante di quel “Mondo di Sopra” e rappresentante dell’amministrazione».

«I pm si lanciano in una sorta di lettura antropologica e e psicologica dell’uomo Panzironi – ricorda il difensore di Carminati – sostenendo che se un personaggio di tale spessore decide di farsi corrompere da Buzzi è certo che lo faccia perché consapevole che Buzzi non è solo, e che dietro la sua figura si cela un centro di potere criminale. Cioè – sottolinea l’avvocato Naso – non è che accetti di prendere i soldi perché sei corrotto, accetti di prendere i soldi perché dietro Buzzi si cela il potere criminale. Un’affermazione che è veramente risibile. I pm sostengono che Panzironi non vorrebbe prendere i soldi ma visto che dietro Buzzi c’è Carminati, sull’orlo del terrore, a quel punto, a malincuore, è costretto ad accettare i soldi. E’, obiettivamente, una tesi risibile».

Ma, naturalmente, a smentire, come in altri casi, il teorema dei magistrati romani compendiato nella memoria presentata al Tribunale è, soprattutto, il controesame degli investigatori che si sono occupati delle indagini. I pm ignorano completamente quello che ha dichiarato il maresciallo De Luca all’udienza del 13 giugno 2016.

Quel giorno il legale di Carminati domanda, durante il controesame, al maresciallo De Luca: «lei mi sa dire qual’è il contributo, concreto ed oggettivo – se c’è – ha posto in essere Carminati in relazione alla gara Ama

Risponde il maresciallo: «No, non c’è. Non l’ho nemmeno citato, non mi sembra neanche di averlo indicato. Lui è “intervenuto” in questa gara per il fatto che Buzzi lo rende perfettamente partecipe e, quindi, lo informa subito dopo l’incontro che erano stati raggiunti gli accordi».

«Ma Buzzi racconta queste cose a Carminati a cose fatte?», insiste l’avvocato Naso. E De Luca: «si, dopo che si è verificato l’incontro».
«Buzzi – persevera il difensore rivolto al maresciallo – racconta sempre a Carminati quello che ha fatto a cose fatte?»
«Sì, sempre dopo che si è verificato l’incontro», è la risposta di De Luca. Una risposta che fa dire oggi all’avvocato di Carminati in udienza: «come possono sostenere i pm che Buzzi e Carminati agiscano di concerto e in accordo?».

I pm sostengono, ancora, che Mafia Capitale abbia messo l’avvocato Berti – la cui posizione è stata poi archiviata dai magistrati – all’interno di Ama per garantirsi l’esito della gara. Senonché l’avvocato Berti si dimette prima della gara. C’è da immaginare, se fosse vero quello che ipotizzano i magistrati, il disappunto e, magari, anche la collera di chi sperava di fare affidamento su quella pedina.

Viene chiamato in udienza il solito maresciallo De Luca il 13 giugno 2016. «Maresciallo – chiede l’avvocato di Carminati – le risultano lamentele di Carminati, Testa, Buzzi e Gramazio in relazione al fatto che Berti si fosse dimesso dall’Ama
«No, in relazione alla sua specifica domanda le dico di no – replica De Luca – Non ci sono stati commenti». Ed è ben strano se fosse vero quello che sostengono i magistrati visto che Carminati, Testa, Buzzi e Gramazio sono stati sempre sotto intercettazione e i carabinieri non si sono persi mai una parola.

«Prima di queste dimissioni – lo incalza, ancora, l’avvocato Naso – qualcuno aveva parlato con Berti di questa gara?»
«No, che mi risulti, no», conclude il maresciallo De Luca spegnendo le speranze dei pm.

Poi c’è la vicenda della presunta intestazione fittizia di beni della quale è accusato sempre Carminati in relazione alla villa di Sacrofano intestata alla compagna Alessia Marini.

«Carminati viene dipinto in questa indagine come un essere diabolico, un genio del male che, poi, però – osserva l’avvocato Ippolita Naso – diviene di un’ingenuità disarmante nel momento in cui decide di intestare una villa alla prima persona nei cui confronti verrebbero svolti accertamenti, cioè la convivente Alessia Marini».

Ma non è tutto. La villa viene acquistata a 500.000 euro, pagata con 150.000 euro in contanti e 350.000 attraverso un fido ed un mutuo ad Alessia Marini.

«Il pagamento in contanti e la presenza di Massimo Carminati consentono al pm di sostenere che vi sia un’intestazione fittizia in totale – scandisce l’avvocato Naso – assenza di accertamenti contabili di accertamenti bancari».

«Questi accertamenti – continua il legale di Carminati – li ha dovuti fare la difesa: abbiamo dimostrato, fino all’ultimo centesimo di euro, che la somma più consistente, i 350.000 euro, è stato pagato esclusivamente dalla signora Colelli, madre di Alessia Marini. Tanto che il Tribunale delle misure di prevenzione ha dissequestrato quel conto corrente dal quale venivano quei soldi che sono il frutto della vendita di una villa a Marina di san Nicola ereditata dalla signora Colelli dalla madre».

I magistrati si chiedono del perché della necessità del fido bancario. Se la signora Colelli aveva una provvista così consistente di denaro perché, dicono, è ricorsa a un mutuo e al fido bancario?
«Saranno anche affaracci della signora Colelli se invece di utilizzare la provvista preferisce utilizzare un fido bancario o un mutuo – replica l’avvocato Naso – Il pubblico ministero poteva fare una consulenza contabile, poteva far fare accertamenti per stabilire se vi era una convenienza economica visto che, oltretutto, la signora Colelli è una persona particolarmente avvezza a queste operazioni. Attraverso la sottoscrizione di quei fondi, attraverso un’operazione che non ha nulla di illecito, è riuscita a pagare gli interessi passivi del fido, a ottenere la concessione del fido e del mutuo, consentendo alla figlia, Alessia Marini di pagare la parte più consistente della villa».

«Un’ultima osservazione mi viene dal cuore – conclude l’avvocato di Carminati, Ippolita Naso – Questo processo, che per me è stato, senza dubbio, un’incredibile esperienza, mi ha davvero resa orgogliosa di appartenere alla mia categoria, alla categoria degli avvocati. Perché un’indagine in cui si è fatto di tutto per screditare e delegittimare la nostra funzione, io credo che tutti noi avvocati abbiamo veramente dato il meglio di noi. E, soprattutto, abbiamo dimostrato, con la nostra presenza, con la nostra funzione e con la tutela dei diritti dei cittadini davanti allo Stato che li vuole processare, che senza di noi il lavoro dei pubblici ministeri è carta straccia. E io spero che questo lo capiscano».