8 giugno 1945: rapiti dai partigiani dall’ospedale e gettati vivi nel lago

Questa è un’altra storia dimenticata da tutti. Ma è una delle più tragiche di quei tristissimi giorni. Non si impara a scuola. Sono passati esattamente 72 anni da quel massacro che ora rievocheremo. Lovere, in provincia di Bergamo, sul lago d’Iseo, fu teatro della una morte atroce di due giovanissimi legionari della Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana, Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi, uccisi dai partigiani l’8 giugno 1945, a guerra finita da un pezzo. Le circostanze atroci in cui sono morti Le Pera e De Vecchi meritano di essere ricordati, perché purtroppo la sorte di questi due ragazzi è spesso “oscurata” da quella, altrettanto atroce, dei 43 giovani, anche loro della Rsi, avvenuta qualche giorno prima a Rovetta. La storia nella zona è molto nota, ma è stata raccontata in diversi libri, tra cui quello di Giampaolo Pansa I gendarmi della memoria. Le Pera e De Vecchi furono torturati e gettati vivi nel lago d’Iseo. De Vecchi e Le Pera erano due militi della Tagliamento. Dopo uno scontro armato con i partigiani, alcuni legionari rimasero feriti, tra cui Le Pera, 22 anni da Catanzaro, rimasto gravemente ferito alle gambe, e De Vecchi, 19enne nato nell’Alessandrino. Trasferiti all’ospedale di Lovere, rimasero degenti vegliati dalle loro famiglie. I partigiani garibaldini erano frattanto arrivati a Lovere, e i superstiti militi della Gnr si arresero a loro. Il 30 aprile vennero tutti fucilati all’esterno del cimitero.

Lo strazio delle madri che tentavano di fermarli 

Intanto i due feriti soffrivano atrocemente, erano sedati con la morfina. Ciononostante, secondo le testimonianze, i partigiani, dopo una cena in una vicina trattoria, da Cino, decidevano di assassinarli. Già nei giorni precedenti entravano nell’ospedale per insultarli e minacciarli. Rammenta la sorella di Francesco: “Tutti i giorni, dei partigiani venivano a trovare Beppe, un loro compagno, ricoverato. Erano sempre percosse per mio fratello e per l’amico Le Pera”. Il dottor Tullio Corazzina, medico del medesimo ospedale, in un rapporto steso dai carabinieri locali, il 4 aprile 1957, così dichiarava: “Ricoverati per numerose e gravissime ferite, i due furono durante la loro degenza, soggetti di ripetute angherie e di continue minacce”. Finché, la sera del 7 giugno arrivarono quattro partigiani armati e li portarono via di peso, dopo aver tagliato i fili del telefono dell’ospedale. Alle famiglie che cercavano di fermarli dissero che li avrebbero sottoposti a processo. Fu un’altra menzogna: i due giovani agonizzanti vennero gettati in riva al lago, sul molo di sant’Antonio, e percossi con sbarre di ferro. Alla fine, li buttarono nel lago, probabilmente ancora vivi, anche se in condizioni disperate. Giorno 8 giugno 1945: inutili le ricerche della madre e della sorella dei due giovani: hanno cercato ovunque le due donne disperate. Hanno chiesto, a tutti, ma nessuno conosce il fatto. Si trovano solo tracce di sangue sul pontile, vicino al lago. Dei ragazzi non si hanno notizie. Riprendiamo la deposizione del medico dell’ospedale di Lovere: “…prelevano, dal loro letto, i due feriti sanguinanti e, sordi alle implorazioni di una madre, li trascinano in riva al lago e, dopo averli seviziati, li gettarono nelle acque”. Il lago d’Iseo non restituirà mai più i loro corpi. Fu un’efferatezza ingiustificabile: se è già grave uccidere dei prigionieri senza processo e a guerra finita, torturarli e assassinare prigionieri feriti è una colpa ancora peggiore. Bastano episodi come questo, in mancanza di scuse e di pentimento, per gettare fango sulla lotta partigiana, anche perché non ci sono notizie che i colpevoli siano stati mai sottoposti a processo.