Legge elettorale, Bersani a Renzi: stai sereno. Tanto non sarai tu a dare le carte

Tra franchi tiratori e cospiratori occulti, frondisti interni e lealisti incorruttibili, torna in auge – il mai superato, in realtà – antagonismo Renzi-Bersani, Bersani-Renzi. E così, mentre l’ex premier prova a incassare il duro colpo inferto in Aula sulla legge elettorale, rispedita al mittente e tornata in Commissione, Pier Luigi Bersani, intervistato da La Stampa, prova a mettere i puntini sulle “i” e, nell’esortare Renzi a stare sereno, dichiara a nuora perché suocera intenda: «Non sarà Renzi a dare le carte in questa nuova stagione, non si affanni, per lui è fatica sprecata».

Bersani a Renzi: stai sereno, non sarai tu a dare le carte

Una convinzione, messa nero su bianco, che tradisce la assoluta non intenzione da parte di Bersani di sanare un contenzioso ancora aperto e che evidentemente ancora incombe sui rapporti e gli equilibri mai sanati tra i due dem, tanto che l’ex ministro dell’economia, sempre dalle colonne del quotidiano torinese poi aggiunge: «Noi con Pisapia stiamo lavorando a un centrosinistra in netta discontinuità con il Pd degli ultimi anni». Non solo: per l’ex segretario dei democratici «ora è il momento che questi apprendisti stregoni raffreddino la testa e abbandonino l’idea delle urne a settembre. In Parlamento, con il buon senso, si può ancora fare una legge simil-tedesca con voto disgiunto, preferenze e una ridefinizione aggiornata dei collegi, e con una larga maggioranza. O – conclude – come ultima spiaggia si possono armonizzare le due leggi partorite dalla Consulta con uno sbarramento al 5% e doppia preferenza di genere. Ma nessuno pensi a decreti legge sulla legge elettorale». Intendendo con quel “nessuno” il numero uno del Nazareno.

Le strade parallele e in salita di Bersani e Renzi

Eppure, ad oggi almeno, rottamatore e rottamato sembrano avere le sorti (politiche) a dir poco in comune. Sorti che, provenendo ormai da due percorsi diversi di sinistra, convergono al centro sulla rotta – disseminata di insidie e retromarce improvvise – segnata dal M5S. Una strada tutta in salita che, anche se solo all’infinito – per prendere in prestito la metafora geometrica – ha già fatto incontrare Renzi e Bersani al crocevia dei franchi tiratori. Una vecchia storia che si ripete, peraltro: un copione che abbiamo visto in scena nel 2013 quando l’ambizioso progetto bersaniano di portare Prodi al colle si inabissò tra i banchi parlamentari sotto il fuoco ami-nemico di 101 franchi tiratori che chiusero a doppia mandata la porta in faccia al Professore sull’uscio del portone del Quirinale. Come noto, la sconfitta indusse l’ex ministro dello Sviluppo economico a rassegnare le dimissioni dalla guida del Pd. 

Quei franchi tiratori che…

Ma i franchi tiratori, croce e delizia dei parlamentari, figurano in prima linea a sbarrare la scalata al vertice anche di Matteo Renzi: e sono esattamente quei 59 parlamentari spartiti tra Pd e M5S che nei giorni scorsi hanno fatto saltare le trattative sulla legge elettorale, accogliendo un emendamento, quello della forzista Biancofiore, già bocciato in commissione Affari costituzionali. Un incidente nella estenuante maratona parlamentare che rispedisce tutti al punto di partenza. Zero a zero palla a centro: tutto da rifare, con Renzi che, riunita la segreteria del Pd di cui è alla guida, però – a differenza di Bersani, stavolta – non pensa affatto a rimettere il mandato del partito. Almeno quello del Nazareno, adesso, proprio no.