La rabbia di Rita Dalla Chiesa: «Mio padre una morte dignitosa non l’ha avuta»

«Penso che mio padre una morte dignitosa non l’ha avuta, l’hanno ammazzato lasciando lui, la moglie e Domenico Russo in macchina senza neanche un lenzuolo per coprirli. Quindi di dignitoso, purtroppo, nella morte di mio padre non c’è stato niente». Questa la dichiarazione amara, rabbiosa, comprensibile  rilasciata da Rita dalla Chiesa al Tg4 dopo la notizia che la Cassazione ha aperto al differimento della pena per Totò Riina perché gravemente malato. la rabbia, l’umiliazione dei parenti delle vittime morte ammazzate per ordine del boss è tutta in questasemplice constatazione che la stragrande maggioranza condivide: il concetto dio morte dignitosa rivendicato dai legali di Riina che si scontra tragicmente con gli omicidi brutali ordinati dal boss dei boss. Rita Dalla Chiesa ricorda il padre. Abbiamo celebrato da poco il sacrificio di Govanni Falcone e presto ci apprestiamo ad onorare la memoria del giudice Borsellino. 

Per Rita Dalla Chiesa è come si si riaprisse una ferita mai chiusa: «Sto insegnando a mio nipote ad avere fiducia nella giustizia e nella legalità – continua la figlia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa ucciso da Cosa Nostra – lo porto sempre in mezzo ai carabinieri. Portandolo in mezzo ai carabinieri faccio quello che avrebbe fatto mio padre. Per quanto riguarda invece la fiducia nella giustizia, forse sto sbagliando tutto, sto sbagliando tutto“.

Nando Dalla Chesa: «Troppe perizie di comodo in passato»

«Se si tratta di prendere uno e portarlo a casa perché sta morendo, va bene, ma siccome ci sono malati che improvvisamente si riprendono, ciechi che improvvisamente ci vedono, moribondi che danno ordini …”: è il commento di  Nando dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto. Vuole che sia chiaro il suo ragionamento: «Non sono per il no di principio – spiega il figlio del generale ucciso,  docente di Sociologia della Criminalità Organizzata all’Università degli Studi di Milano, dove dirige anche l’Osservatorio sulla criminalità organizzata- Ma occorrono fior di perizie per decidere se effettivamente qualcuno stia davvero morendo e, di conseguenza, mandarlo a casa”. “Purtroppo -conclude dalla Chiesa- l’esperienza del passato ha lasciato il segno: ne abbiamo avute troppe di perizie di comodo per non sapere come si riesca a restare anni e anni agli arresti domiciliari. Anche la Cassazione, però, poteva inserire una parentesi possibilista sul genere di ‘se davvero queste sono le condizioni del detenuto’. Come se non fossimo stati presi in giro più volte».