La madre del terrorista italo-marocchino: «Chiedere perdono non ha senso»

«Mi ha chiamato al telefono giovedì scorso, nel primo pomeriggio. Con il senno di poi mi rendo conto che quella nei suoi piani era la telefonata di addio. Pur non avendomi detto nulla di particolare, lo sentivo dalla sua voce». A parlare in esclusiva all’Espresso è Valeria Khadija Collina, la madre di Youssef Zaghba, uno dei tre terroristi responsabili dell’attentato che ha ucciso sette persone a Londra. Gli agenti della Digos di Bologna, città in cui vive, sono venuti a cercarla a casa: aprendo la porta Valeria ha pensato che le avrebbero fatto altre domande su suo figlio perché la donna, musulmana da 26 anni, ne aveva segnalato la sua scomparsa. Gli agenti però l’hanno subito fermata: «Purtroppo non siamo qui per questo, siamo venuti per dirle un’altra cosa. Suo figlio è morto». Negli istanti successivi, si legge su L’Espresso ha ripercorso con la mente gli ultimi giorni, per ricordare gli ultimi contatti e cercare di comprendere l’incomprensibile. Youssef, il 22enne italo marocchino che già l’anno scorso aveva tentato di imbarcarsi da Bologna su un volo per la Turchia, a Londra si è trasformato in un soldato dell’Isis. Prendendo parte al duplice attentato che ha causato 7 morti e 48 feriti.

Parla la madre del terrorista Youssef Zaghba

«Mi ha chiamato al telefono giovedì scorso, nel primo pomeriggio – racconta la mamma a L’Espresso – Con il senno di poi mi rendo conto che quella nei suoi piani era la telefonata di addio. Pur non avendomi detto nulla di particolare, lo sentivo dalla sua voce. Anche perché era solito mandare messaggi, non chiamava sempre». Durante la telefonata «abbiamo scherzato su come mi avrebbe accolta all’aeroporto di Londra. Sarei dovuta andare a trovarlo fra dieci giorni per festeggiare con lui la fine del mese di Ramadan. Aveva da poco comprato un’auto usata, gli ho chiesto se ci avrebbe messo sopra le bandierine per me». Valeria Khadija Collina dice ancora a L’Espresso  di aver perso i contatti col figlio subito dopo: «Già il giorno dopo non rispondeva più. Mi ha chiamato suo padre dal Marocco per dirmi che non riusciva a rintracciarlo. Allora ho chiesto a un suo amico di Londra di andarlo a cercare. Non l’ha trovato da nessuna parte». Dice di non aver pensato a lui quando ha visto gli attentati: «Solo dopo ho scoperto che gli identificati erano suoi amici e mi sono detta che magari si sta nascondendo dalle autorità per non finire nei guai, visto che in Italia è ancora monitorato».

Il tentativo di andare in Siria

Parla ancora del suo tentativo di andare in Siria «l’anno scorso. Mi disse che sarebbe andato tre giorni a Roma, lo accompagnai a Bologna e qualche ora dopo mi chiamarono dall’aeroporto per raccontarmi il tutto. È stato in quell’occasione che ho conosciuto gli agenti della Digos che oggi sono venuti a darmi la notizia. Con loro ho sempre avuto un buon rapporto e anche oggi sono stati molto umani». La donna ricorda ancora che «in passato, ancora prima che cercasse di prendere quel volo, mi mostrò qualche video sulla Siria. Ma non mi parlò mai di andare a combattere. Per lui la Siria era un luogo dove si poteva vivere secondo un islam puro. Lo raccontava secondo una sua fantasia che gli avevano trasmesso da internet. Gli ho sempre detto che c’erano cose orribili che non gli mostravano. Purtroppo non riuscii a fargli cambiare idea». Si sente in colpa? «Quando i figli sbagliano – risponde a L’Espresso –  i genitori si danno sempre qualche colpa. Ma io ce l’ho messa tutta e penso che lui sia stato logorato all’interno. Abbiamo sempre controllato le amicizie e verificato che non si affidasse a persone sbagliate. Aveva però internet ed è da lì che arriva tutto. Né in Italia né in Marocco, dove studiava informatica all’Università di Fes, si era mai lasciato trascinare da qualcuno». È successo a Londra. «Quel quartiere non mi ha mai trasmesso serenità. Ci sono stata e non mi è piaciuto. Ha frequentato lì le persone sbagliate». Ora molti imam non vogliono celebrare il suo funerale: «Io li capisco e condivido la loro scelta perché è necessario dare un forte segnale politico. Anche per dare un messaggio ai familiari delle vittime e ai non musulmani».

Il messaggio ai familiari delle vittime

 «Solo una madre – si legge ancora su L’Espresso – può provare il dolore di un’altra madre. So che nulla può essere sufficiente ma io sono pronta a tutto quello che può portare loro pace. Mi rendo conto che chiedere il perdono non vuol dire nulla, per questo io mi impegno e prometto che dedicherò la mia vita per fare in modo che non accada più. In ogni modo possibile, insegnando il vero islam alle persone, cercando di convincere le famiglie a riempire il vuoto che possono incontrare i loro figli. Dobbiamo combattere l’ideologia dello Stato Islamico con la conoscenza vera e io lo farò con tutte le mie forze».