I baby-killer che amano l’Isis e si baciano in bocca: un libro sulla camorra senza eroi

“Facciamo quel che pos­siamo, e non è poco. Per risolvere tutti i crimini di questa città ci vorrebbe Batman. Se sapete come fare, chiamatelo e ditegli di venire a darci una mano”. Signore e signori, benvenuti a Gotham City, Napoli, che non è quella di Luigi De Magistris e della sua torre mediatica d’avorio, e neanche quella di Roberto Saviano e delle sue fiction di Gomorra che creano icone e falsi miti piuttosto che rigetto e riprovazione sociale.

La città di Batman che descrisse qualche tempo fa il capo della Squadra Mobile di Napoli, Placido Di Falco, con un’immagine decisamente incisiva, è fatta di ragazzini in guerra, baby killer, codici malavitosi, degrado, immoralità, cronaca di morte e disperazione su cui c’è poco da sceneggiare e nulla da negare.

Simone Di Meo, giornalista del “Giornale” e di “Panorama“, nel suo ultimo lavoro, “Gotham City, viaggio nella camorra dei bambini” (Piemme, 384 pp, 18.50 euro) entra con la ruspa delle inchieste nel mondo dei boss, piccoli e grandi, quasi tutti giovani o giovanissimi, che nel capoluogo partenopeo si fanno la guerra sotto gli occhi delle persone perbene, con la complicità delle istituzioni e la compiacenza degli intellettuali. Di Meo ha un nomignolo per ogni personaggio, ma non inventa nulla: per ogni attore di questa faida eterna degna di un “posto all’obitorio”, piuttosto che al sole, c’è un nick che lo racconta, una storia, un tatuaggio, una barba e quasi sempre, alla fine, una bara per tutti.

“I baby boss del Centro storico portano barbe lunghe e ispide. Assomigliano a quelle sfoggiate dai miliziani dello Stato Islamico nelle polverose piane di Palmira o di Mo­sul. Il terrorismo è uno dei riferimenti “subculturali” delle nuove generazioni. Nelle intercettazioni dell’ultima inchie­sta sul clan Lo Russo, una potente cosca radicatasi nel quar­tiere napoletano di Miano, il boss Carlo Lo Russo dice alla moglie, sua complice e confidente: «I ragazzi mi chiamano Allah. E loro per me sono come l’Isis». È il riconoscimento massimo dell’ubbidienza. Della fedeltà”, racconta Simone Di Meo.

“Gotham City” è la storia di una guerra che ormai non si ha più voglia di raccontare, ma solo di romanzare, una sanguinosa faida di camorra segnata dalle “stese” con cui baby killer sparano fuggendo sui motorini, una “non fiction” senza supereroi. Perché i bambini che ammazzano non posso assurgere a icone di qualcosa o qualcuno, basterebbe solo accorgersi della loro esistenza per provarne orrore, è la convinzione di Simone Di Meo che trapela dalla lettura del suo lavoro. 

“Sparano con pistole e mitra a caso, in pieno giorno, per seminare il terrore. Uccidono senza pietà barboni, immigrati o anche solo chi si rifiuta di offrire una sigaretta. Inondano di cocaina a basso costo il centro di Napoli. Spendono cifre da capogiro nei locali più alla moda della città, dove si sballano di alcol e droga. Parcheggiatori abusivi e prostitute sono i loro occhi e le loro orecchie. Sono divisi in gruppi, distinti dai tatuaggi, come le bande di latinos. Hanno riti di affiliazione crudeli, loro codici di comportamento e nessuna regola morale. Hanno riempito il vuoto lasciato dai vecchi boss della camorra, decaduti o in prigione. Vogliono prendersi Napoli, il traffico di droga, tutto”, è la descrizione brutale dell’autore, che sul diverso modo di raccontare la camorra da anni battaglia, a distanza, con lo stesso Saviano.

Il racconto inizia con la scena di un animale, a due zampe, un uomo, si fa per dire, un ragazzino, detto “O’ Bisonte”, uno che ha iniziato a uccidere quand’era minorenne e sulle spalle ha quasi più cadaveri che anni. Uno dei tanti che a Napoli esige rispetto ed esibisce il linguaggio dei clan, come i baci in bocca: “È usanza, oggi, per gli affiliati di alcuni quartieri come For­cella, la Sanità e Secondigliano, salutarsi pubblicamente col bacio a stampo, quando s’incontrano. E quando si dicono ad­dio davanti a un commissariato della polizia o a una caserma dei carabinieri a conclusione di una maxi-retata. Il contatto tra le bocche maschili non ha nulla di sessuale o sentimentale. Indica la sottoscrizione di un patto che va oltre la morte. Al posto del sangue si firma con la saliva”. Poi ci sono i baby camorristi tatuati, tutti, ma ognuno con un significato: il nome dei padrini, pistole, Rolex, scorpioni, ma anche slogan illuminanti: “ Non abbatterti, abbattili”. Col piombo, ovviamente.