Disagio giovani: dall’emergenza educativa all’emergenza famiglia

Ogni giorno abbiamo notizie di comportamenti devianti di ragazzi, il più delle volte autolesionistici e autodistruttivi nei confronti di se stessi (assunzione incongrua di alcool o sostanze stupefacenti, tagli alle braccia e al volto, comportamenti a rischio quali selfie sui binari o sull’orlo di precipizi, attraversamenti alla cieca di arterie stradali ad alta velocità, suicidi) oppure azioni aggressive e distruttive nei confronti di altri (loro pari, fidanzate, amici, genitori) addirittura fino all’omicidio. Che succede? Il mondo impazzisce?

Non è così. Semplicemente, come dice Ligabue nella sua canzone dal titolo “G come giungla – la notte comunque si allunga, le regole sono saltate, le favole sono dimenticate”. In realtà tra i giovani e nelle famiglie è cambiato tutto. Analizziamo le generazioni: quelli nati fino agli anni ’50 hanno avuto i genitori formati sulle regole e hanno avuto delle regole che gli hanno consentito di costruire un’identità, così da sempre. Non tutte le regole erano giuste, anzi alcune erano anche fuori posto, ma comunque erano una cintura di sicurezza. Poi venne il ’68, quando fu espressa una cultura dominante in cui bisognava distruggere le regole, tutte le regole e occorreva identificarsi nelle non-regole, anzi nelle regole più trasgressive e paradossali. In nome del libero arbitrio assoluto. Quei giovani cresciuti senza regole sono i genitori di oggi, che non danno regole, e la maggior parte dei figli di oggi sono giovani senza alcuna regola, quindi soli, senza rete di sicurezza, senza obiettivi e senza senso. La società che fu era regole e potere, oggi non c’è nessuna regola e nessun potere: implode. E’ come un palazzo costruito senza fondamenta e senza colonne portanti: al primo sommovimento non solo crolla, ma si accartoccia su se stesso in un cumulo di rovine. E’ in atto una vera e propria emergenza educativa, che in realtà non è un’emergenza giovani, ma è un’emergenza genitori, un’emergenza famiglia. Non recupereremo se non recuperiamo il ruolo e la figura del genitore, cioè dell’educatore che ti accompagna, nella fase giovanile ed adolescenziale della vita, a diventare adulto e a darti una prospettiva poiché uno da solo non se la può dare. Ma c’è anche un’emergenza educativa delle agenzie sociali incaricate di fare ciò: la scuola dove gli insegnanti, oltre a dare le nozioni, il più delle volte non sono educatori (dal latino educare significa trarre, condurre, in generale promuovere con l’insegnamento e l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali e le qualità morali di una persona), le parrocchie e gli oratori giovanili, dove i sacerdoti sono sempre meno educatori anche perchè pochissimi, i dirigenti e gli allenatori delle società sportive, sempre più preparati tecnicamente, ma sempre meno capaci di costruire l’atleta, oltre che il risultato agonistico. Fondamentali, direi indispensabili, invece sono le buone regole, soprattutto le regole critiche ed autocritiche, e la conoscenza del potere inteso non come dominio (l’onnipotenza), ma la capacità di poter essere, poter fare, poter tollerare. Comprendere che la frustrazione, cioè la tolleranza ad un desiderio che non possiamo realizzare, e la capacità a tollerare il tempo, che è un parametro naturale che dobbiamo contenere, sono essenziali nella vita di ciascuno di noi per sopravvivere agli eventi avversi, che sono naturali in ogni esistenza. Dobbiamo essere preparati a tollerare il dolore, mentre la nostra società non ci fa confrontare con il fenomeno, l’incidente, l’avvenimento, la situazione, la circostanza dolorosa. Cosa fanno oggi i genitori? Mettono a riparo sempre e comunque i figli da ogni sacrificio, da ogni obbligo spiacevole, da ogni impegno gravoso: li sottraggono ad ogni problema, facendosene carico. Molto grave, delittuoso, direi quasi criminale: gli impediscono di crescere e di diventare adulti e quindi quelli saranno degli infelici, disadattati ed incapaci ad affrontare i problemi. Affermano, sull’educazione del post ’68, che per i loro figli vogliono solo la felicità, ed invece gli costruiscono il nulla attorno. Bisogna tornare alle regole naturali, le uniche vere, le uniche che reggono qualsiasi prova del mondo. Bisogna trasmettere il senso della propria vita e delle prospettive esistenziali di ciascuno di noi. Ci sono compiti e c’è una missione per ciascuno. Altrimenti come dice Vasco Rossi “voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha…domani arriverà “. E non parlo di religione, ma di prospettive naturali. Esiste il passato, che è la nostra memoria storica e quella delle generazioni che ci hanno preceduto; ed esiste il futuro, che è quello nostro e di chi verrà. Entrambi sono necessari. Non esiste solo il presente, tutto e subito, la vita da bruciare in un attimo, come chi compie gesti eclatanti contro se stesso o contro qualcun’altro, pensando che quello sia il trionfo del proprio io, della propria esistenza, soprattutto se “postato” nel mondo attraverso la rete. Cioè tutto è niente, ed è un trionfo solo se ci sono migliaia, milioni di persone che per un attimo, e solo per un attimo, lo vengono a sapere. Bisogna ricominciare daccapo e ripartire da dove si è distrutto tutto, con maggiore consapevolezza, ma con tanta forza morale. E’ la strada giusta per non far sparire le nostre esistenze, la nostra civiltà, e farla sostituire da altre che incombono minacciose.