Blue Whale, non è colpa dei social: i giochi del suicidio in voga da decenni

“Choking game”, “Blackout game”, “Scarf game”. Sono alcuni dei “giochi del suicidio” che esistevano già prima dell’avvento dei social network e, quindi, decenni prima dell’esplosione dell’attuale “Blue Whale”, che, dopo il servizio delle Iene sulla situazione in Russia, sta provocando una vera e propria psicosi anche in Italia. 

Quando giocare a soffocarsi provocò 82 morti 

Fra i primi a occuparsi del fenomeno, ormai dieci anni fa, ci fu il Washington Post, con un articolo che rendeva conto di quei giochi pericolosi che spesso portavano alla morte dei giovani che accettavano la sfida. Il diffondersi di quelle pratiche, però, risaliva ad ancora prima: l’articolo del quotidiano americano, datato febbraio 2008, dava conto infatti di episodi che si erano verificati a partire dal 1995. In quel caso il riferimento era, in particolare, al “Choking game”, il “gioco del soffocamento”, che, secondo quanto riferito, in quei 13 anni aveva provocato «almeno 82 morti». Il “gioco” consisteva nello strangolare se stessi o qualcun altro a mani nude o con una corda, con lo scopo di raggiungere uno «stato di euforia». 

Negli anni Settanta le radici della Blue Whale

La descrizione del fenomeno, fornita allora dal giornale, ricorda per molti versi ciò che si conosce oggi della Blue Whale. «Quasi il 96% dei giovani è morto mentre si trovava da solo, e il 93% dei genitori ha detto di non essere a conoscenza del macabro gioco di cui erano vittime i loro figli», riferì nel 2008 al Washington Post Robert L. Tobin del National centre for injury prevention and control degli Stati Uniti. «L’età più a rischio va dai 6 ai 19 anni, con una media di 13, e ad essere coinvolti sono soprattutto maschi», diceva ancora l’esperto, sottolineando che «giochi simili sono stati probabilmente praticati per generazioni». L’articolo rimandava addirittura agli anni Settanta, marcando eventualmente una sola vera differenza con le “sfide” mortali più recenti: «Quel che è nuovo è che vengono praticati in solitudine e i metodi usati – si leggeva ancora sul Wp – aumentano i fattori di rischio e la probabilità di morire».