40 anni da Campo Hobbit. Si replica nel nome del “cameratismo diffuso”

Il quarantennale del primo Campo Hobbit è anniversario importante soprattutto per il mondo della destra e anche di quegli “eretici” che quell’etichetta hanno sempre rifiutato. Ciò che accadde a Montesarchio nel giugno del 1977 è stato detto, ripetuto, studiato e analizzato (a settembre uscirà sul tema il libro del giornalista del Piccolo Pietro Comelli). Esiste ormai un’ampia bibliografia per i curiosi e gli studiosi.

A Montesarchio è stata organizzata quest’anno a partire dal 23 giugno una rievocazione-celebrazione dell’evento. C’è una pagina Facebook (si chiama Campo Hobbit 40) che informa sul programma e sui dibattiti: tra gli ospiti nomi noti e che hanno vissuto quell’esperienza in prima persona – Silvano Moffa, Biagio Cacciola, Gianni Alemanno, Junio Guariento, Adalberto Baldoni, Nicola Cospito, Adolfo Morganti, Jack Marchal, Isabella Rauti, Pasquale Viespoli. Nel programma fa capolino anche il nome di Mario Tuti, il quale parlerà del Campo Hobbit visto dal carcere, mentre la tavola rotonda sui “protagonisti” sarà moderata da Ugo Maria Tassinari, del blog “FascinAzione”.  

Il tono generale dei dibattiti insomma vira in modo palese sulla nostalgia, sull’ “io c’ero” e più in generale sulla réunion delle diverse anime, in nome di un “cameratismo” diffuso. Poco male, tutto è meglio dell’inerzia della memoria. A non restare inerte è stata in questo caso Marina Simeone, figlia di Generoso Simeone, ideatore del primo Campo Hobbit. 

Tuttavia il rischio che si corre è di inglobare il Campo Hobbit in una memoria collettiva d’ambiente unica e indistinta, negando a quell’evento il suo innegabile valore di “rottura” con i canoni tradizionali della “fascisteria”. Una lettura che diviene marginale nel nome di un prevalente, ecumenico cameratismo (“riabbracciamoci tutti dopo quattro decenni”). Ciò costituisce davvero un atto dovuto per chi all’epoca realizzò quell’impresa? Insomma ci sono elementi che non possono essere cancellati sia pure da una memoria selettiva: il Campo come atto di ribellione dei giovani rautiani nei confronti di un diffidente vertice missino, la volontà di farla finita con le parate funebri del neofascismo muscolare, il pensare all’impegno politico non più solo come orgoglio della differenza ma anche come volontà di dialogo e di “contaminazione”. Non mancarono all’epoca le discussioni tra “camerati”: quelli di Terza Posizione, ad esempio, erano contrari alla politica della “mano tesa” agli avversari predicata dai giovani rautiani…

Un Campo che piombò nella stagione convulsa degli anni di piombo per mandare un messaggio preciso: un’altra via è possibile, alternativa e dunque distante dalla routine di sezione, dalla lotta armata, dal modello del “soldato di Pompei”. Un Campo convocato su un giornale, La Voce della Fogna, il cui direttore Marco Tarchi venne poi espulso senza troppi complimenti da Giorgio Almirante, e convocato con toni volutamente irriverenti: “Che ne pensate di un Parco Lambro di segno opposto? Ovvero di una vera due giorni musicale, alternativa, con tende e sacchi a pelo (le orge non ve le possiamo assicurare…)”.

La novità fu il segno distintivo di quell’esperienza, novità trasgressiva rispetto all’ambiente di provenienza, novità che non può perdersi di vista. E che fu colta dalla stampa in quel giugno del 1977 stupita dal fatto che al Campo spopolasse Tolkien e fossero in ribasso le quotazioni del Mein Kampf. Novità non solo d’immagine: per chi faceva politica in quel tempo anche la scelta del Campo Hobbit obbligava a un discrimine. O si sceglieva un nuovo modo di intendere la militanza o si continuava a seguire la mitologia culturale della destra radicale. Rimettere insieme le due cose a distanza di tanti anni non è possibile senza in qualche modo oscurare il vero significato dei Campi Hobbit. Certo, tutto si può fare. Quando uscì in Italia il film Il Signore degli Anelli addirittura Daniela Santanchè si richiamò all’esperienza dei Campi Hobbit! E oggi si possono prendere gli abitanti pacifici della Contea e far loro indossare la camicia nera? Sui Campi Hobbit incombe dunque un destino bizzarro: nati per aprirsi al mondo esterno diventano icona per commemorare un’identità ritenuta rocciosa e immutabile. Chi l’avrebbe mai detto?