Che rubavano lo sapevamo. Ma c’è voluto Gratteri per provarlo

Noi lo sapevamo che rubavano, ma non avevamo le prove. Almeno sino a ieri. Almeno sino all’annuncio dell’ottimo Gratteri. Perciò rispetto alla intemerata di Pier Paolo Pasolini siamo addirittura un passo avanti. Lo sapevamo che rubavano, che c’era il magna-magna sulla pelle dei migranti, dei disperati e pure di quelli che senza alcun titolo diverso dalla fame si spingono in mare e approdano a migliaia sulle nostre coste. Lo sapevamo che tutti quei soldi avrebbero e avevano attirato tanti finti buoni e tanti veri criminali. Così come lo sapevano gli altri. Tutti gli altri. Eppure sono passati almeno dieci anni. Eppure c’è voluta tutta la tigna del procuratore Gratteri per rendere pubblica la enorme magagna: uno che stava diventando addirittura ministro della Giustizia, se non fosse stato stoppato -dicono- all’ultimo minuto dal vecchio re Giorgio. Per cui, i casi della vita, noi bisognerebbe esser grati al vecchio inquilino del Colle mentre questi fasulli  misericordiosi – che coi disperati si sono arricchiti – dovrebbero maledirlo. Tant’è: è la complessità di quest’Italia. Ma, insomma, si sapeva che più di qualcuno lucra sul dolore: è sempre stato così, non prendiamoci in giro. Lo si intuiva. Milioni, miliardi di euro, letteralmente regalati a cosche, delinquenti e truffatori di ogni risma in nome di una solidarietà che nella quotidiana realtà offende le vittime e ingrassa quegli immondi profittatori. Quelli sempre in prima fila, quelli sempre corretti, quelli sempre disponibili e sempre col sorriso da selfie stampato in volto. Ci facevano già schifo prima, quando li vedevamo, tronfi e gaudenti, ripresi dai media accanto al  noto di turno in visita di cortesia, ci fanno ancor più schifo adesso che sono alla sbarra in attesa di un giudizio da venire. Perché noi lo sapevamo che rubavano, ma non avevamo le prove.