Pakistan, così le organizzazioni terroristiche “bucano” i controlli sui Social

Ufficialmente sono state messe fuorilegge dal governo del Pakistan. Che le accusa di terrorismo. Sono le 64 organizzazioni terroristiche che la Nacta, la National Counter Terrorism Authority di Islamabad, ha messo sotto osservazione e, poi, ha inserito in una speciale lista nera. Che è andata gonfiandosi di anno in anno, dal 14 agosto 2001, giusto un mese prima degli attentati alle Torri Gemelle, quando furono inserite le prime due organizzazioni terroristiche, la LeJ, sbrigativo acronimo di Lashkar-e-Jhangvi, un violento gruppo sunnita suprematista musulmano che opera prevalentemente in Pakistan ed è responsabile di centinaia di attacchi mortali e la Smp, ovvero Sipah-i-Muhammad Pakistan, un gruppo militante islamico sciita che dal 1990 ha assassinato, uno dopo l’altro, sette leader dell’organizzazione nemica Sipah-e-Sahaba.

In teoria le 64 organizzazioni terroristiche fuorilegge vengono tenute strettamente d’occhio dal ministero dell’Interno di Islamabad e dagli 007 pakistani per evitare che facciano proselitismo e che si servano dei Social, come Facebook, per gestire il network di relazioni. In pratica, però, le maglie della rete che dovrebbe contenere le spinte eversive dei vari gruppi banditi sono bucate in più punti. Come se nulla fosse, ben 41 dei 64 gruppi – perlopiù sigle praticamente sconosciute in Occidente – gestiscono tranquillamente i propri profili social e le proprie pagine Facebook senza temere di essere oscurate.

Organizzazioni terroristiche messe fuorilegge in Pakistan

Organizzazioni terroristiche messe fuorilegge in Pakistan

Proprio 4 giorni fa la premier britannica Theresa May si era lanciata in un’intemerata contro i Big del web e, in particolare, contro i Social come Facebook lamentando che non facessero abbastanza per combattere il terrorismo. E accusandoli di non aver sviluppato in tutti questi anni strumenti automatici di analisi in grado di riconoscere e rimuovere i contenuti di propaganda terroristica.

Di fatto, come ha scoperto il sito d’informazione Dawn monitorando la rete, i Social restano una prateria non solo privilegiata ma anche aperta e incontrollata alle scorribande delle organizzazioni terroristiche. Che su Facebook cercano freneticamente non solo consensi ma anche contatti, incuranti e per nulla preoccupate dalle liste di proscrizione compilate dal ministero dell’Interno pakistano e dagli specialisti della National Counter Terrorism Authority.

Di fronte hanno una platea certa di 25 milioni di persone nel solo Pakistan. Ma, appunto, praticamente smisurata data la potenzialità e la viralità dei Social che non conoscono confini geografici, al massimo linguistici. Ed è, appunto, la lingua, uno degli elementi su cui gli analisti si sono soffermati.
Sui profili Social ufficiali e dei sostenitori o fiancheggiatori delle organizzazioni terroristiche messe al bando si parla prevalentemente in Urdu. Poi anche in inglese e, in piccola percentuale, in SindhiBeluci, la lingua iranica nordoccidentale, parlata in Iran sudorientale, nell’Afghanistan meridionale, e nel sud-ovest del Pakistan.

La più grande organizzazione terroristica pakistana bannata – è stata inserita nella lista nera il 15 febbraio del 2012 – e, tuttavia, massicciamente presente su Facebook è Ahle Sunnat Wal Jamaat che non solo ha un regolare sito internet e un profilo Twitter ma conta 200 fra pagine e gruppi i cui membri postano foto e video – in alcuni casi raffiguranti anche atti di brutale violenza e immagini di corpi straziati – e condividono eventi e attività in corso promuovendo un proselitismo molto attivo verso quelle persone che nelle discussioni si mostrano particolarmente motivate.

Stessa cosa sulle 160 pagine Facebook della seconda organizzazione terroristica per importanza messa fuorilegge in tempi relativamente più recenti, il 15 maggio 2013, dal ministero dell’Interno del Pakistan e dalla National Counter Terrorism Authority.
Il Jeay Sindh Muttahida Mahaz, il partito separatista del Sindhudesh, il cui fondatore vive sotto asilo politico in Germania, è accusato di aver stretto rapporti con il Sindhudesh Liberation Army. che molti intravedono dietro le campagne terroristiche lanciate nel 2011 con una sequela di bombe sui treni.
Seguono a ruota, come quantità di profili Facebook, le organizzazioni terroristiche Sipah-i-Sahaba, Balochistan Students Organisation Azad, Sipah-e-Muhammad, tutte bannate dal governo pakistano ma vive e vegete e, soprattutto, attive, sui Social.
Ed è solo la punta dell’iceberg perché l’indagine ha potuto prendere in esame solamente quelle sigle che si pubblicizzano apertamente sui Social con i propri nomi o i propri acronimi. Poi c’è il resto, il sommerso. Che opera in segreto. E sfugge a qualunque analisi.

E il Pakistan che fa per frenare questo proselitismo che usa abbondantemente i Social senza curarsi di divieti o altro?
Il governo ha ufficialmente avanzato a Menlo Park moltissime richieste ma solo poco più della metà hanno trovato accoglienza e sostegno.
Dal 2013 al 2016 c’è un trend in crescita con un deciso rialzo nel 2015.
Nell’ultimo semestre del 2016 sono state 1002 le richieste di oscuramento e rilascio di notizie avanzate da Islamabad a Facebook e relative ai profili incriminati.
Ma, dal 2015 Zuckerberg ha accettato e preso provvedimenti solo sul 68 per cento delle pratiche presentate dal governo del Pakistan.
In teoria le regole che il Social più famoso si è dato e ha condiviso a livello istituzionale prevedono di bloccare ed eliminare i profili  che utilizzano Facebook a fini di terrorismo e di criminalità per poi condividere con i vari Stati le informazioni utili ai fini investigativi. Ma, appunto, questa è la teoria.

Poi c’è la realtà, ben riassunta, recentemente, dallo stesso Zuckerberg: «Nell’ultimo anno, la complessità delle questioni che abbiamo visto ha superato la nostra capacità di governare la comunità di Facebook».
Un’ammissione disarmante che spiega perché le organizzazioni terroristiche, perseguite e messe fuorilegge in tutto il mondo, non solo in Pakistan, continuano tranquillamente ad utilizzare, senza neanche immergersi nel dark web, i Social per reclutare potenziali terroristi, fare proselitismo e incitare alla violenza e all’odio contro l’Occidente. Che ha fornito inconsapevolmente e continua a fornire loro i migliori strumenti di comunicazione per proseguire, indisturbati, la propria guerra religiosa.