Niente scorta per Di Matteo. E il pm antimafia dà forfait al King’s College

Niente scorta armata in Inghilterra per il pm antimafia Nino Di Matteo e così salta la lezione del magistrato più scortato d’Italia al King’s College. È lo stesso giudice a dare forfait con una lettera alla prestigiosa università britannica quando era già tutto pronto per l’incontro con studenti e docenti. «Per me, sarebbe stato un vero onore essere oggi fisicamente presente in una sede universitaria il cui prestigio è universalmente riconosciuto, per parlare e riflettere con voi di criminalità organizzata di stampo mafioso. Sono molto dispiaciuto di non poter essere con voi ma le competenti autorità Inglesi, come mi è stato comunicato in questi ultimi giorni, hanno negato qualsiasi forma di protezione armata nei miei confronti. Per questo ho ritenuto che non ci fossero le condizioni minime per assicurare la mia sicurezza ed ho dovuto, con molta amarezza, rinunciare al viaggio già programmato». In Italia Di Matteo è protetto come un capo di Stato, con una scorta al livello massino di sicurezza, ma le autorità britanniche applicano rigorosamente i loro protocolli di sicurezza: non offrono protezione armata alle personalità straniere, se non si tratta di capi di Stato e di governo o di ministri degli Esteri. 

Niente scorta e Di Matteo diserta la lezione

«La mafia è un fenomeno criminale che, da troppo tempo e con sempre maggiore evidenza e diffusione, costituisce un grande pericolo,  insidioso, nascosto e troppe volte colpevolmente sottovalutato, che compromette di fatto fondamentali principi di libertà e democrazia. Per questo al silenzio, alla indifferenza, alla rassegnazione dobbiamo contrapporre la conoscenza approfondita, il dibattito, la diffusione e condivisione delle esperienze», scrive Di Matteo sottolineando come si tratti di un cancro che, partito dall’Italia con Cosa Nostra, si è diffuso nel resto d’Europa e nel Mondo. «Il problema della criminalità organizzata non è più esclusivamente italiano  – dice ancora il pm nella lettera inviata al King’s College – Solo se ci rendiamo conto di ciò ed affronteremo la questione con la forza e l’urgenza necessarie, possiamo vincere una guerra globale per certi versi più insidiosa (perché meno avvertita) di quella contro il terrorismo. Una guerra che dobbiamo vincere tutti uniti, per tutelare le nostre democrazie e per onorare con i fatti la memoria di quegli uomini che hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di giustizia nei quali credevano».