Mouse-trappola per terroristi, così si scopre se gli immigrati mentono

All’origine c’è la cosiddetta analisi comportamentale. Si basa su queste tecniche il nuovo software di lie-detection che promette di svelare se un immigrato clandestino sta mentendo sulla sua vera identità. E magari dietro a quei nomi si nascondono, invece, potenziali terroristi.

Lo ha messo a punto un team di ricercatori del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova che ha appena pubblicato sulla rivista americana Plos One una ricerca che promette di risolvere il problema della identificazione delle false identità usando indicatori comportamentali.

Giuseppe Sartori, docente all’UniPd svolge, da anni, ricerche nell’ambito delle cosiddette ”macchine della verità’‘. E assieme ai colleghi Merylin Monaro e Luciano Gamberini, ha sviluppato una nuova tecnica computerizzata basata sull’analisi delle traiettorie percorse dal mouse quando un soggetto risponde a un questionario.

Il debrifing dei vari attentati terroristici che si sono succeduti in questi anni nel mondo ha evidenziato che,per quanto possa sembrare incredibile, in moltissimi casi, i terroristi, sono sfuggiti ai controlli poiché utilizzavano nomi falsi. E questo ha consentito loro, incredibilmente, di superare, senza essere fermati, gli accertamenti delle forze dell’ordine, in qualche caso utilizzando le stesse, identiche, rotte, dei flussi migratori, mischiandosi ai cosiddetti immigrati economici o a chi cerca asilo in Europa per sfuggire alle guerre del suo Paese.

E’ accaduto così diverse volte. Ma i casi-scuola sono 3: l’attentato allo Stade de France del novembre 2015, l’attentato a Bruxelles nel marzo 2016 e  quello a Berlino nel dicembre 2016.

Cosa hanno in comune questi attentati e i terroristi che li hanno portati a compimento? Il terrorista che ha condotto la sua azione a Berlino era arrivato, in Germania e poi in Italia, grazie proprio all’inesistenza di controlli, entrando dalla Grecia e usando numerose false identità. Stessa cosa per il terrorista che ha colpito fuori dallo Stade de France: aveva una falsa identità e gli investigatori hanno ricostruito che era entrato dalla Grecia partendo dalla Siria.

Infine il terrorista che ha colpito a Bruxelles ha attraversato l’Europa usando come falsa identità quella di un giocatore di calcio dell’Inter. In tutti questi casi, essendo il vero nome dei terroristi sconosciuto agli investigatori esso non risulta archiviato nelle banche dati del Dna e delle impronte digitali e, di conseguenza, non è possibile scoprire chi dichiara una falsa identità.

Fino a oggi le tecniche di lie-detection si sono basate su misure comportamentali come ad esempio i tempi di reazione. Il problema è che la risposta a una domanda precisa della persona sottoposta a indagine presuppone che chi interroga sappia già la verità a monte: se si chiede a un soggetto se sia sposato oppure no, chi monitora la risposta deve già conoscere se l’individuo sia o non sia coniugato. In base al tempo di risposta potrà verificare la falsità della sua affermazione. Le incursioni in Europa dei terroristi richiedono di mettere in campo tecnologie e sistemi di analisi e di monitoraggio quanto più sofisticati per anticipare le mosse di queste persone e, laddove possibile, intercettarli prima che mettano in atto i propri intenti stragisti.

«Quando un individuo mente – spiega il professor Sartori – la traiettoria risulta essere meno lineare, più erratica e con correzioni ripetute lungo il tragitto. La menzogna, in breve, produce un movimento atipico del mouse, ben identificabile, che permette di classificare il soggetto come sincero o mentitore con oltre il 90 per cento di accuratezza». La nuova metodologia funziona su qualunque computer dotato di mouse. Può essere usata anche per la somministrazione di prove a distanza, cioè dall’Italia si possono esaminare persone che si trovano ancora in altri paesi, come test di screening in tutte le situazioni in cui non vi è possibilità di trovare conferma oggettiva circa identità sospette.

Il sospetto deve rispondere a domande relative alla propria identità che appaiono sullo schermo di un computer fornendo la risposta attraverso l’utilizzo di un mouse. Un sofisticato sistema basato su tecniche di machine learning, analoghe a quelle che ”imparano” dagli esempi come un noto software per telefoni, analizza la traiettoria percorsa dal mouse ed evidenzia incertezze, atipicità e correzioni.

I ricercatori hanno scoperto come la menzogna ha un suo ”andamento” bidimensionale, analizzato sia sotto il profilo spaziale sia sotto quello temporale: micromovimenti orizzontali e verticali oltre che accelerazioni e decelerazioni che avvengono nell’arco di pochi millisecondi. Mentre il soggetto che dice la verità produce una traiettoria del mouse diretta che va subito, senza esitazioni, verso il tasto di risposta corretto, chi mente viene, in un primo momento, attratto da quella che per lui è la risposta vera, ma che in realtà vuole nascondere. Il suo percorso parte in direzione diversa da quella della risposta che intende dare in quanto mentitore. Queste anomalie della traiettoria permettono di stabilire subito se un soggetto dice la verità circa la sua identità con un sensibile vantaggio rispetto alle precedenti tecniche: chi fa domande per capire la vera identità di uno sconosciuto, ora, non è più tenuto a confrontarle con una verità che già deteneva.