Moro, le bugie dei brigatisti svelate dalle nuove indagini del Ris dell’Arma

Il garage? Troppo piccolo. I colpi di arma da fuoco? Troppo forti. Non tornano i conti sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro. Soprattutto non tornano le cose raccontate, nel corso degli anni, sia di fronte ai magistrati, sia di fronte alle varie Commissioni parlamentari che si sono succedute, dai  brigatisti che presero parte al rapimento e, poi, all’omicidio dell’esponente Dc.
Che l’agguato a Moro e la gestione del sequestro abbiano moltissimi punti oscuri è un dato di fatto acquisito. Quell’azione dei brigatisti rappresenta, forse, il mistero dei misteri dell’Italia repubblicana.

Ma ora i nuovi accertamenti condotti, con tecniche innovative, dai carabinieri del Racis, il Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche, hanno messo in luce evidenti, eccessive, discrepanze.

«Molti dubbi e molte perplessità sulla modalità dell’uccisione di Moro, per quanto riguarda il racconto che hanno dato i terroristi Moretti e Maccari», dice, parecchio perplesso, Beppe Fioroni, presidente della nuova, ennesima, Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Che ha dato incarico, appunto, al Raggruppamento dell’Arma specializzato in indagini tecnico-scientifiche di Polizia giudiziaria di verificare, attraverso sopralluoghi, test e misurazioni, la compatibilità dei luoghi del sequestro rispetto a quanto raccontato dai brigatisti.

Questa mattina i Ris del comandante Ripani, hanno analizzato il garage in cui, la mattina del 9 maggio del 1978, i brigatisti uccisero il presidente della Dc, Aldo Moro, dopo 55 giorni di prigionia. E le cose proprio non tornano.

Due, in particolare, le questioni sul tappeto. La prima riguarda gli spazi interni del garage di via Montalcini 10, dove venne parcheggiata la Renaut 4 in cui, poi, ucciso Moro e dove, questa mattina, una R4, identica a quella ritrovata poi in via Caetani, è stata parcheggiata dai carabinieri del Ris.

Secondo Fioroni, quegli spazi nel garage sono poco compatibili con il racconto dei terroristi «per il tipo di ingombro dell’auto». Ma non solo. L’altra questione che non coincide riguarda le modalità degli spari, e il rumore dei colpi, che, questa mattina, sono stati ripetuti dai carabinieri del Ris con armi analoghe, la mitraglietta Skorpion e la pistola semiautomatica Walther Ppk. Quegli spari, per come avvennero, secondo il racconto dei brigatisti, avrebbero esposto gli assassini di Moro al rischio «di poter essere visti o ascoltati».
La collaborazione con i carabinieri del Ris, dice Fioroni, «ha verificato una serie di corrispondenze tra i racconti fatti« dai terroristi «e quelli dei testimoni».