Marta Russo, parla la docente di Scattone e Ferraro: erano integerrimi

Marta Russo dopo venti anni è un ricordo ancora indelebile. Per i suoi familiari e per i tanti che seguirono le vicende processuali dei due assistenti condannati per l’omicidio, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Quel processo, cui si giunse dopo le indagini coordinate dai pm Ormanni e Lasperanza, fu da subito un caso mediatico e politico in cui venne allo scoperto un largo fronte garantista che mise in dubbio l’operato della Procura di Roma per le presunte pressioni sulle testimoni, Maria Chiara Lipari e Gabriella Alletto, che coinvolsero Scattone e Ferraro sostenendo che i due erano presenti nell’aula 6 dell’istituto di Filosofia del diritto quella mattina del 9 maggio 1997. Dichiarazioni cui giunsero però non subito ma dopo avere verbalizzato altre versioni (la Alletto all’inizio negò di essere stata a sua volta presente).

A ciò si aggiunge il fatto che Scattone e Ferraro si sono sempre dichiarati innocenti, che l’arma del delitto non è mai stata trovata e che le pene inflitte dalla Corte (7 e 4 anni) risultarono assai lievi anche se sancirono la conferma del teorema giudiziario per cui Marta Russo sarebbe stata uccisa per inscenare un “delitto perfetto”, e dunque senza movente. A finire sul banco degli imputati inoltre non furono solo i due assistenti ma l’intero istituto di Filosofia del diritto guidato dal professor Bruno Romano, che subì gli arresti domiciliari accusato di una condotta omertosa per poi uscire da quella storia interamente scagionato. 

All’epoca tra i docenti dell’Istituto vi era anche Angiola Filipponio Tatarella (moglie del compianto parlamentare di An Giuseppe Tatarella, vicepremier nel primo governo Berlusconi) la quale ricorda molto bene Scattone e Ferraro e l’impressione di bravi ragazzi che destavano in tutti quelli che con loro avevano a che fare 

«Non solo erano bravissimi ragazzi – osserva – ma come dottorandi avevano di sicuro una brillante carriera davanti, erano molto intelligenti, interessati alla ricerca, e soprattutto davano l’idea di vivere una vita normalissima».

Eppure, come ricorda nel suo recente libro sul caso di Marta Russo Vittorio Pezzuto, giornalista e autore di un altro libro (Marta Russo. Di sicuro c’è solo che è morta) su un clamoroso caso di malagiustizia, quello di Enzo Tortora, i due assistenti Scattone e Ferraro divennero i “mostri” da sbattere in prima pagina, si scrisse anche che avevano svolto un seminario sul delitto perfetto (notizia che non corrispondeva al vero), si puntò l’indice contro le loro letture, dipingendoli persino come antieroi disposti a tutto pur di appagare il loro superomismo ideologico. Scattone e Ferraro giunsero a processo circondati da quest’aura malefica, tra lo stupore di chi appunto si era fatto di loro tutt’altra idea, come Angiola Filipponio. «Ricordo bene lo sconcerto con cui apprendemmo la notizia dell’arresto, convinti come eravamo, come ero, che non fossero persone in grado di mettere in atto un diabolico piano di morte. Fossero stati due scapestrati, due persone superficiali… Vivemmo con dolore quella scoperta. Poi il processo si è fatto altrove, e per questo ci sono i vari gradi di giudizio, per arrivare a una conclusione certa». Furono vittime di un’ipotesi giudiziaria forzata dalla Procura? «Ciò è possibile in via teorica in ogni processo e davanti a ogni tribunale. Ripeto: sono i gradi di giudizio che garantiscono che ciò non possa avvenire». E il professor Bruno Romano? «Il professor Bruno Romano è una delle persone più serie che io abbia conosciuto nella mia vita». E le supertestimoni Alletto e Lipari? «Conoscevo anche loro, ma più superficialmente. Persone stimabili, ma non posso dare un giudizio più profondo». 

All’inizio del processo contro Scattone e Ferraro, Salvatore Scarpino scrisse che lo schema accusatorio non è stato suggerito via via dai fatti, dalle risultanze delle indagini, ma si è «faticosamente e tortuosamente sovrapposto alla realtà attraverso un percorso inquisitorio fatto di testimonianze a dir poco discutibili e di rilievi tecnici assolutamente dubbi. Si è partiti da un’immagine preconfezionata dei colpevoli (studiosi di “pericolosi” filosofi tedeschi, vagamente di destra, l’uno ufficiale di complemento, l’altro aspirante scrittore di gialli) e la si è sovrapposta ai fatti, con forzature processuali che potrebbero aver favorito la provvidenziale coincidenza fra il calco e la realtà». 

Che ne pensa la professoressa Filipponio? «Ricordo che anche in Istituto c’era un partito innocentista e uno colpevolista. Ma ciò che era comune a tutti era un grande dolore per l’accaduto, e soprattutto per la povera Marta. Di ciò ho potuto avere esperienza diretta, poi la mente umana, si sa, in ogni momento può cedere alla follia».