Manchester, la stampa accusa: scarsi o nulli i controlli su chi entra ed esce

La polizia britannica ha arrestato altri due uomini in relazione all’attentato che lunedì sera ha provocato 22 morti all’Arena di Manchester, portando a sette il numero totale di sospetti in custodia. Il primo fermo è stato effettuato durante un blitz nel sobborgo di Withington, il secondo nella “zona di Manchester”, ha detto la polizia. Una donna arrestata ieri sera a Blackley è stata rilasciata nella notte. Nel corso delle perquisizioni in una abitazione nel quartiere di Moss Side, le autorità hanno inoltre reso noto di aver effettuato una esplosione controllata. L’arresto di sette sospetti in relazione all’attentato di Manchester è significativo”. Lo ha reso noto il capo della polizia di Manchester Ian Hopkins. Le prime perquisizioni eseguite hanno portato a ritrovamenti “molto importanti” per assistere gli inquirenti. Ma la stampa accusa: il governo britannico lasciò la “porta aperta” nel 2011 a numerosi libici in esilio e a cittadini con doppia nazionalità britannico-libica che decisero di unirsi alla rivoluzione per rovesciare il regime del defunto colonnello Muammar Gheddafi. Una politica di controlli tollerante, come ha rivelato il sito d’informazione Middle East Eye, che fu adottata anche nei confronti di soggetti che erano all’attenzione dell’anti-terrorismo. Ex “rivoluzionari” ora tornati nel Regno Unito hanno spiegato di aver raggiunto la Libia senza aver dovuto rispondere ad alcuna domanda delle autorità britanniche.

Da Londra porte aperte per la Libia

Uno scenario, quello tratteggiato da Middle East Eye, che accende i riflettori sull’atteggiamento di Londra nei confronti dei combattenti libici mentre prosegue l’inchiesta su Salman Abedi, il giovane nato a Manchester in una famiglia di dissidenti libici (il padre avrebbe avuto collegamenti con il Gruppo islamico combattente – Lifg), ritenuto ilterrorista suicida che lunedì ha provocato 22 morti. Secondo il quotidiano The Times, che cita un amico di Abedi, il giovane era rientrato dalla Libia pochi giorni prima di compiere la strage. Nel 2011 lo stesso presunto terrorista suicida avrebbe trascorso un periodo di tempo nel Paese nordafricano. Le fonti stampa insomma hanno suggerito che Londra abbia in qualche modo facilitato il viaggio dei libici e in generale di quanti desideravano unirsi alla lotta contro Gheddafi, incluse alcune persone ritenute una minaccia per la sicurezza nazionale. Un cittadino britannico di origini libiche, che si trovava agli arresti domiciliari perché sospettato di volersi unire ai gruppi jihadisti in Iraq, si è detto “scioccato” da quanto gli fu facile recarsi in Libia nel 2011 poco dopo che gli fu revocato il control order (una forma di restrizione alla libertà personale legata alla lotta al terrorismo). “Mi è stato permesso andare (in Libia, ndr), nessuno mi ha fatto domande”, ha dichiarato la fonte che ha preferito restare anonima. L’uomo ha riferito di aver incontrato diversi cittadini britannico-libici originari della zona orientale di Londra, nel periodo in cui si stava intensificando la rivolta contro Gheddafi, ai quali era stato revocato il control order. “Non avevano passaporti, erano alla ricerca di documenti falsi o di un modo per entrare in Libia”, ha aggiunto la fonte, precisando che pochi giorni dopo che anche a loro venne revocato il provvedimento le autorità britanniche gli restituirono i passaporti. “C’erano ragazzi della vecchia scuola del Lifg, (le autorità britanniche, ndr) sapevano cosa facevano”, ha concluso, citando il gruppo islamista anti-Gheddafi formato nel 1990 da veterani libici che avevano combattuto il jihad in Afghanistan considerato da Londra un’organizzazione terroristica legata ad al-Qaeda.