Mafia Capitale, hanno costruito una fiction per incastrare Luca Gramazio

Cita Leonardo Sciascia. Dice di invidiare «la dimestichezza e la disinvoltura» con cui la Procura di Roma ha creato la suggestione criminalizzante di Mafia Capitale, cioè la «favola di mafia capitale». Ottima per una serie tv o un romanzo. Troppo evanescente e indimostrata per un processo. Rinvanga il «malcelato imbarazzo» degli investigatori chiamati a deporre in aula sulle indagini svolte e che, invece, «hanno ripetutamente dichiarato di non essere a conoscenza delle circostanze accertate da altri reparti» e, perfino, da colleghi del proprio stesso reparto. Smonta, pezzo per pezzo, il teorema stesso di mafia Capitale, cioè di un’organizzazione, come scrivono i magistrati utilizzando «forzature e contorsioni logiche», che sarebbe talmente originale da non avere nulla in comune con tutte le tipologie di associazione di stampo mafioso fin qui conosciute e perseguite. Antonio Giambrone, legale di fiducia di Luca Gramazio, assieme al collega Giuseppe Valentino, ha gioco facile a mostrare quanto sia per nulla concreta, benché affascinante e seducente, la scivolosa ricostruzione della Procura di Roma, una «storia romanzata». Scivolosa è scivolosa la vicenda, tanto ci si sbraccia e ci si arrampica sugli specchi per far stare in piedi un costrutto giuridico così ardito e immaginifico. Ma, soprattutto, illogico. Perfino contraddittorio in molti punti.
E dunque Luca Gramazio, accusato di corruzione e di associazione a delinquere di stampo mafioso, secondo la Procura, «elabora le strategie di penetrazione della Pubblica Amministrazione, svolge una funzione di collegamento tra l’organizzazione criminale e la politica, pone al servizio dell’organizzazione le sue qualità istituzionali». Si parla di tutta una serie di atti politico-amministrativi che l’allora capogruppo Pdl al Comune di Roma avrebbe compiuto, sostengono i magistrati, per favorire Buzzi, le sue cooperative e l’organizzazione mafiosa di Carminati. Dai campi nomadi di Castel Romano alla manutenzione del verde, degli argini del Tevere, delle piste ciclabili fino alle determine dirigenziali e al riconoscimento del debito fuori bilancio del Comune di Roma.

Ma, appunto, mano a mano che ci si addentra nel percorso disegnato dai magistrati romani  le suggestioni lasciano spazio alle contraddizioni, alle letture parziali di «elementi indiziari confezionati sapientemente al fine di creare un’apparenza di verosimiglianza di indici di mafiosità», mancano i riscontri, perfino i più banali. Si arrivano a contestare comportamenti che sono, si scopre, atti dovuti, piuttosto che illegittimi. E il tutto viene vestito poi dall’accusa di mafiosità, dal teorema secondo il quale Luca Gramazio è subordinato dell’organizzazione di Carminati e Buzzi.

I magistrati romani arrivano a sostenere perfino, nel corso della requisitoria, che la prova della posizione di subordinazione di Gramazio rispetto a Carminati sta nel fatto che non esistono contatti telefonici diretti fra i due poiché nessuno dei due ha il numero di telefono dell’altro. Senonché, molto più banalmente, i due si conoscono perché hanno un comune amico, Fabrizio Testa. Che è poi colui che, tradendo la fiducia di Gramazio di cui è collaboratore, batte cassa da Buzzi fingendo che i soldi chiesti siano per il capogruppo Pdl. Lo si scoprirà solo dopo. Sarà lo stesso Fabrizio Testa ad ammettere, di fronte ai magistrati, di aver chiesto soldi per se stesso, in continuazione, a Buzzi sostenendo che, invece, erano per Gramazio, all’oscuro di tutto. Sarebbe, appunto, bastata questa verifica per evitare, per esempio, le accuse a Luca Gramazio, l’arresto spettacolare, la detenzione di due anni in carcere.

Come sarebbe bastato agli inquirenti acquisire il verbale della seduta del Consiglio regionale del 22 dicembre 2013 per scoprire che, quel giorno, Gramazio, accusato dai magistrati di aver incontrato Carminati a pranzo, in realtà si trovava tranquillamente al lavoro al Consiglio regionale del Lazio. Quell’incontro, come tanti altri sventolati dalla Procura, non c’è mai stato. Eppure quegli incontri inesistenti, come altri, servono alla Procura per sostenere che, appunto, Gramazio si adoperasse per l’organizzazione. Ma le risultanze emerse smentiscono in continuazione questa impostazione. Buzzi e Carminati, a un certo punto, vantano crediti, per il lavoro svolto dalle cooperative sociali, con Ama, Ente Eur, società Marco Polo. Da un’organizzazione mafiosa ci si aspetta che, di fronte a una cosa del genere, vada in giro a minacciare fuoco e fiamme, a esercitare la propria violenza e le proprie minacce come farebbe qualsiasi malavitoso, anche il più banale. I due, invece, si rivolgono questuando un po’ a tutti chiedendo che i debiti che Ama, Ente Eur e Marco Polo hanno contratto, vengano saldati. «Tranne che a Gramazio», rileva l’avvocato Giambrone. A lui non si rivolgono.

Buzzi e si suoi collaboratori «non fanno altro – ricorda Giambrone carte alla mano – che assillare, con grande frenesia, i funzionari pubblici affinché recepiscano le loro aspettative, quand’anche legittime, che, però, vengono sovente frustrate generando la delusione e l’amarezza di Buzzi» il quale «invece di programmare violente ritorsioni o vendette trasversali tipiche dei contesti mafiosi, si limita a rivolgersi ai suoi legali per ottenere soddisfazione in sede giudiziaria». Per essere, quella di Buzzi e Carminati una temibile organizzazione mafiosa, non è proprio il comportamento che si aspetta.

A un certo punto i contratti per la manutenzione del verde pubblico assegnati dal Comune alle varie cooperative – non solo quelle di Buzzi – si avvicinano alla scadenza. Ed esplodono le proteste dei lavoratori che chiedono a gran voce una proroga semestrale. Si profila una crisi sociale. Così il pd Daniele Ozzimo, presenta una mozione, d’accordo con l’assessore all’Ambiente Visconti, per invitare il sindaco a prorogare, appunto, di sei mesi il servizio. Gramazio non viene neanche coinvolto nella stesura della mozione.
Buzzi, a quel punto, invia un sms a Gramazio chiedendogli di firmare la mozione. E Gramazio che fa? Dovrebbe essere subordinato di Buzzi. Eppure non la sottoscrive. Non firma quella mozione che viene, invece, firmata da 14 persone. Non da Gramazio. Che solo quando tutto il Consiglio comunale voterà, all’unanimità, la mozione, si accoderà. Eppure alla base dell’accusa di corruzione e associazione a delinquere della Procura c’è anche questo episodio.

Ma non solo. Gramazio viene accusato dalla Procura di aver votato, nella sua qualità di consigliere comunale, l’assestamento del bilancio di previsione 2012 e pluriennale 2012-2014. «Una condotta lineare e, addirittura, obbligata dal fatto che Gramazio è capogruppo di maggioranza in Consiglio comunale», sottolinea l’avvocato Giambrone.

La questione riguarda i lavori che erano stati affidati in precedenza dal Comune alle cooperative per la manutenzione del campo nomadi di Castel Romano. I lavori sono stati svolti correttamente ma il Comune ritarda a pagare. Così Buzzi ricomincia a fare il giro delle sette chiese per riscuotere. Inizia a tampinare un po’ tutti per avere quei soldi che gli sono dovuti. Bussa a destra e a sinistra. Si fa sentire dai capi staff come dai dirigenti per ottenere quei compensi dovuti per legge. Assilla il sindaco, il suo capo staff, il vicesindaco, il capo staff di questi, il direttore del Dipartimento competente, il capogruppo dell’opposizione e anche il capogruppo della maggioranza, Gramazio, appunto.

Buzzi e Carminati chiedono a Gramazio, il 19 novembre 2012, nel corso di un incontro al Bar Valentini a piazza Tuscolo a Roma, che il Comune paghi i lavori correttamente svolti come da incarico affidato. L’insistenza, perfino legittima, di Buzzi, a un certo punto irrita Gramazio costringendolo a chiudere il telefono in faccia al suo interlocutore. Gramazio si disinteressa della questione. Fino a quando la delibera viene presentata dalla giunta comunale e approvata dall’assemblea capitolina con 32 voti a favore. Gramazio viene informato dell’esito da Buzzi che gli telefona per ringraziarlo. Solo a quel punto Gramazio che, fino a quel momento, si è disinteressato, finge di essere intervenuto. Chiamati a testimoniare, i consiglieri comunali, l’assessore Lamanda, i dirigenti e i capo staff  negano, tutti, di aver mai ricevuto indicazioni da Gramazio. E infatti quando Buzzi scoprirà che la delibera approvata dalal giunta comunale non aveva recepito le sue legittime pretese, si rivolge a tutti ma non a Gramazio. Dalle intercettazioni si capirà poi com’è andata: ad interessarsi è, giustamente, il capo staff del sindaco. Che raccomanda al Ragioniere Generale Maurizio Salvi di inserire quei fondi. «Un intervento lecito e dovuto – sottolinea l’avvocato Giambrone – e, in ogni caso, non attribuibile a Gramazio». Come confermato dallo stesso Salvi.