La strage “alleata” di Montecassino, un inutile inferno lungo quattro mesi

Oggi ricorre l’anniversario della resa dei paracadutisti tedeschi a Montecassino. In realtà le battaglie di Montecassino furono ben quattro, anche se una sola viene ricordata, a causa del più violento bombardamento contro un singolo edificio avvenuto durante tutta la Seconda Guerra Mondiale. La prima battaglia iniziò il 12 gennaio 1944 e si protrasse un mese, con attacchi degli alleati sui fianchi del monte e al centro, tutti respinti dalla prima DIvisione di parà tedeschi. La seconda, che fu una prosecuzione della prima vide il devastante bombardamento il 15 febbraio contro l’abbazia, che produsse centinaia di vittime soprattutto tra i profughi che vi si erano rifugiati. Il monastero costruito nel 529 da San Benedetto aveva resistito per secoli a Longobardi, Normanni, Saraceni e persino a un terribile terremoto, fu ridotto in macerie dai nuovi barbari. Per questo l’Abbazia di Montecassino fa eccezione alla memoria corta delle battaglie vinte o perse. Perché la più clamorosa opera di distruzione attuata dagli alleati in Italia è ancora viva nel ricordo degli italiani, e in particolare dei ciociari, perché la inutile quanto feroce devastazione di Montecassino aprì la porta alle famigerate “marocchinate”, ossia agli stupri, torture, sevizie e omicidi di donne e bambine attuate dagli algerini e marocchini alleati nei confronti della popolazione civile. Massacri sui quali nessun benintenzionato tribunale internazionale o dei diritti umani ha mai indagato e mai indagherà. Ma andiamo con ordine. È il 1944. Gli Alleati non riescono a sfondare la linea Gustav fatta dai tedeschi al centroitalia. Il 22 gennaio c’era stato lo sbarco di Anzio, con gran dispendio di mezzi, ma non era servito a nulla, finché l’Abbazia di Montecassino continuava a rimanere solidamente in mano alla Wermacht. Certo, si sarebbe potuto aggirare il monte, ma i neozelandesi e gli indiani volevano passare proprio di là.

Numerosissimi gli errori degli anglo-americani a Cassino

Alla base c’è una serie di errori da parte dei comandi alleati. Intanto credevano che dentro l’abbazia ci fossero cannoni pesanti e migliaia di tedeschi, quando invece non c’era nessuno, se non civili che vi avevano cercato rifugio e che infatti rimasero uccisi. A farla breve, malgrado la contrarietà del generale Clark, che lo considerava una vergogna morale, il bombardamento dell’edificio simbolo dell’ora et labora di San Benedetto fu deciso. Così, alle nove del mattino del 15 febbraio, centinaia e centinaia di bombardieri, tra cui le temute fortezze volanti, i B17, decollarono dagli aeroporti di Napoli e Foggia con a bordo le loro tonnellate di morte. Il bombardamento iniziò poco dopo le nove e trenta e durò tutta la mattina. Poi iniziò l’artiglieria pesante finché non fu tutto un cumulo di macerie dove fino allora c’era stato un tempio della cristianità mondiale. Come è noto, poi, a causa del mancato coordinamento, la fanteria, che secondo tutti i manuali di guerra, avrebbe dovuto conquistare le posizioni bombardate, non si mosse. Tra l’altro, le bombe amiche avevano fatto fuori anche qualche decina di indiani alleati che erano attestati alle falde del monte. Morirono, del sistematico attacco, molti tedeschi e molti civili, oltre agli alleati. Oltre 770 bombardieri scaricarono sul monumento della cristianità 1250 tonnellate di bombe incendiarie. E poi 740 cannoni martellarono l’abbazia. La beffa però fu che malgrado tutto questo le mura, altre 30 metri e profonde 5, resistettero quasi interamente. Si riempirono però di macerie, cosa che consentì ai tedeschi di attestarvisi e respingere i successivi attacchi di fanteria. L’offensiva proseguì fino a fine marzo senza esiti apprezzabili. Poi, come Napoleone aveva capito, un esercito che non riceve rifornimenti ed è costretto a difendersi, alla fine perde. Così a maggio, dopo altri bombardamenti, stavolta anche sulla città, e l’impiego di numerosi altri corpi di invasione, finalmente i polacchi, a prezzo di migliaia di morti, riuscirono a entrare nei resti dell’abbazia, abbandonata poco prima dai tedeschi che non potevano più resistere. Quando gli alleati entrarono tra le macerie, cerano campane rovesciate accanto a proiettili inesplosi, quadri, statue, dipinti, marmi completamente distrutti. Prima di questo, i tedeschi erano riusciti a salvare l’abate 83 enne dell’abbazia Gregorio Diamare, facendolo fuggire.

Anche la città di Cassino fu compoletamente rasa al suolo

Inoltre, nonostante l’abbazia fosse un cumulo di macerie, sia il monte che la città rimanevano saldamente in mano tedesca. A marzo scattò l’Operazione Dickens: le truppe americane furono sostituite da francesi e neozelandesi e i comandi alleati decisero di radere al suolo la città di Cassino. Fu un inferno: la città fu distrutta, ma alcune bombe colpirono anche il comando britannico e la città di Venafro, causando moltissime vittime tra la popolazione civile. Terminato il bombardamento, iniziò il fuoco di artiglieria: 200mila proiettili sulla città e sulla collina. Nulla rimase più come prima. Successivamente indiani, i temuti gurkha e i neozelandesi assaltarono la città, ma i paracadutisti della Ia divisione tedesca resistettero a ogni assalto, e il 22 marzo il generale Alexander sospese ogni operazione. La terza battaglia era costata migliaia di vite. Gli alleati si prepararono con cura all’ultima offensiva, che iniziò l’11 maggio: si chiamava Operazione Diadem. Mille cannoni, quattro corpi d’armata, tra cui quello polacco che passò alla storia, attaccarono i paracadutisti tedeschi che si difendevano con valore tra le macerie. Inglesi, francesi, marocchini, algerini, indiani, e appunto polacchi il 18 maggio ebbero ragione dei difensori e issarono la bandiera polacca sull’abbazia. Alla fine si contarono 30mila morti tra i militari di ambo le parti ma la via per Roma era aperta. Poi vennero le marocchinate, ma quella è un’altra storia.

(foto Bundesarchiv)