Inauguriamo la nuova politica economica dopo i disastri del governo Renzi

Il protrarsi nel nostro paese della bassa domanda interna, bassi consumi ed investimenti privati e rigore nella spesa pubblica, dovrebbe sollecitare i responsabili della politica economica a verificare l’efficacia delle politiche di sostegno all’economia attuate fino ad ora.

L’idea che la bassa crescita economica dell’Italia sia dovuta proprio all’insufficienza domanda interna è molto condivisa, sia in ambienti economici che politici, e parte dalla considerazione che solo il 30% della domanda complessiva è attribuibile alle esportazioni. Dunque, la parte della popolazione che trae beneficio da un sostegno alla domanda interna, il restante 70%, è certamente più ampia e questo fa gola certamente alla politica che vede la possibilità di intervenire immediatamente a sostegno di una larga fascia di cittadini.

Tuttavia, i fatti dimostrano che si tratta di una politica economica infruttuosa. Infatti, passata la fase più acuta della crisi economica che ha coinvolto il nostro Paese, la politica adottata dal governo Renzi di sostegno della domanda interna non hanno portato i frutti sperati. Ricordiamo che politiche sono state sostanzialmente mirate alla riduzione delle imposte sul reddito e sui patrimoni (in primo luogo gli immobili) e di sostegno diretto attraverso la politica dei bonus di rinnovo in incremento dei contratti del settore pubblico. Una politica dunque apertamente a favore delle famiglie

Ma come dicevamo, il sostegno alla domanda interna, effettuato prevalentemente attraverso trasferimento di reddito non ha, diversamente da quanto il Governo si aspettava, stimolato gli investimenti. Ci si aspettava infatti che ai maggiori consumi corrispondesse uno stimolo per le imprese alla produzione. Ed invece nulla.

Perché è successo questo ?

Azzardiamo una ipotesi, che mi sento di sostenere come la più plausibile. L’aumentato reddito disponibile delle famiglie è andato ad aumentare il consumo di produzioni interne a basso contenuto innovativo ed a bassa crescita di produttività, ovvero, si è indirizzato verso quei settori non esposti alla concorrenza internazionale. La mancanza di concorrenza, ha fatto lievitare i prezzi e, quindi, ha ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, e li ha spinti a richiedere nuovi aumenti dei salari e stipendi. Paradossalmente, il risultato è stato, in definitiva, uno stallo e denaro speso che è stato letteralmente bruciato.

Ma allora quale può essere una politica economica efficacie.

Per comprendere il da farsi occorre fare una breve premessa. L’appartenenza all’Unione monetaria rende impossibile la flessibilità dei cambi. Ciò ha come conseguenza, per non perdere in competitività, una dinamica dei prezzi e dei costi in linea con quelli dei paesi aderenti all’Unione. Nella sostanza, una politica dei redditi che leghi aumenti di salari e stipendi ad aumenti della produttività. Viceversa le statistiche mostrano come il nostro sia un Paese che perde di competitività ed un confronto della dinamica dei salari e degli stipendi del settore privato e pubblico, evidenziano per l’Italia un aumento delle remunerazioni dal 1999 ad oggi, ed un conseguente aumento dei prezzi dei beni e servizi.

Ci salvano le esportazioni ?

Uno sguardo più approfondito ai dati della bilancia commerciale ci porta a sfatare un altro mito che permane nell’immaginario di tanti italiani e, cioè, che l’export vada bene. E, in effetti, se si guarda solo al saldo della bilancia commerciale tale idea (sbagliata) sembra essere confermata anche nel 2016, salvo poi accorgersi che il dato positivo è dovuto ad una forte riduzione delle importazioni e che le esportazioni restano, invece, al più costanti. Risultato: anche l’export va male.

Il problema, stringendo, è che il tema della bassa crescita dell’Italia deriva da ben altra questione; in definitiva, dalla dinamica dei costi e, tra questi, in primo luogo quelli del lavoro. Se cosi stanno le cose è controproducente, in questa fase del ciclo economico, sostenere la domanda interna attraverso le politiche di trasferimento. Il risultato sarebbe un peggioramento nel potere d’acquisto delle famiglie.

Che cosa fare? Per quanto non ci possa piacere, il modello da seguire è quello segnato dal cosiddetto “mercantilismo” tedesco e, a differenza, di quanto non pochi economisti sostengono, l’Italia non è in ritardo per adottare politiche economiche di sostegno all’offerta. Anzi, il prevedibile rientro dalle politiche monetarie espansive, dovrebbe consigliare di affrontare con coraggio le storiche inefficienze italiane.

L’affair Alitalia offre, a nostro avviso, il destro, anche le opposizioni, di accreditarsi nei confronti di tutti coloro che sono stufi di anni di consociativismo e false privatizzazioni.

Quali le emergenze da affrontare ?

Un’ulteriore spinta liberista sul mercato del lavoro, con lo scopo deliberato di ridurne il costo per le imprese, attraverso l’aggressione definitiva alla questione del cuneo fiscale, una più seria politica di liberazione in materia di concorrenza, un forte impulso alla riforma della burocrazia (in primo luogo in materia di appalti) che ponga riparo al facile ricorso alla giustizia amministrativa ed una profonda riforma giustizia civile e penale, con lo scopo di ulteriormente ridurre i tempi di giudizio affrontando il nodo cruciale della certezza del diritto. Infine, norme più puntuali sulla corruzione pubblica e privata, che non ingessino come sta accadendo oramai da anni l’iniziativa privata. Inutile, pensare ad una effettiva riduzione del carico fiscale.

Uno Stato costoso come quello che abbiamo davanti, non può tollerare ulteriori riduzioni che non passino attraverso una riforma della Costituzione, ma i tempi biblici sperimentati nel passato per la sua modifica, ci suggeriscono interventi più immediati e a portata di mano, quali quelli suggeriti. Come si vede ad anni dalla c.d. rivoluzione liberale, a parte le tante parole, poco o nulla è stato fatto e, approssimandosi al 2020, i problemi del nostro Paese rimangono quelli di inizio millennio.