Il mondo dei social sfida le fake news: «Educhiamo l’utente a riconoscerle»

Come combattere le fake news? Quale ruolo possono avere i media, le istituzioni, gli operatori dell’informazione per evitare che si trasformino in una bugia ripetuta tante volte da diventare “vera”? Quali strumenti si possono mettere in campo per arginare le bufale senza sconfinare nella censura? A queste e ad altre domande ha cercato di rispondere #SocialCom17, la terza edizione dell’appuntamento con La comunicazione al tempo dei social, promosso dalla Fondazione Eyu e da SocialCom, in collaborazione con Ferpi, Festa della rete e Ordine dei giornalisti.

Dalla verità alla post-verità

“Verità, post-verità, alternative fact. Lo storytelling diviene realtà?” è il titolo scelto per il convegno, una vera e propria giornata di studi ospitata alla Camera dei deputati martedì 10 maggio. Un tema scelto partendo dalla constatazione del fatto che i social non si possono più considerare «meri strumenti di interazione, ma veri e propri media», ha spiegato il fondatore di SocialCom, Luca Ferlaino. Per la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha aperto i lavori, «le bufale inquinano l’informazione, la democrazia e l’opinione pubblica» e «i cittadini non si rendono conto del pericolo della disinformazione». Per Enrico Mentana «nell’era della post-verità è impossibile organizzare la democrazia» e d’altra parte «bisogna misurarsi con il mondo dei social». 

Le fake news, il fact checking e il rischio censura

Il tema è tutto lì: come evitare che strumenti di democrazia, come la rete e i social, si trasformino in strumenti che condizionano la democrazia, deformando l’informazione, senza però cadere nel rischio della censura. Questione che si è posta di prepotenza nelle ultime tornate elettorali a livello globale: dagli Usa alla Francia. E che si sta ponendo, in prospettiva, per il voto in Gran Bretagna, dove Facebook ha già iniziato a cancellare profili che propongono fake news e Google si fa promotore di un accordo per il fact checking. «Produrre bufale è diventata un’industria», ha sottolineato il policy manager di Google Italia, Diego Ciulli, nel corso di #SocialCom17, ricordando che il motore di ricerca «ha chiuso la monetizzazione di questi siti» e che ha aperto alla possibilità che i “fact checker” utilizzino «il motore di ricerca per segnalare e verificare le fonti».

Combattere le bufale educando l’utente

Resta però un problema: chi stabilisce cosa sia fake e cosa no? Se in molti casi, infatti, le bufale sono davvero bufale, in altri l’etichetta viene affibbiata anche a notizie vere, ma lette con una chiave che non è mainstream. Non si rischia, forse, che il meritevole intento di evitare le bufale si trasformi in una forma di dittatura del pensiero unico, che azzera il potenziale democratico della rete e dei social? Purtroppo, molte riflessioni “dall’alto” sull’argomento finiscono per indicare proprio questa direzione. Ma il suggerimento che arriva dal mondo dei social sembra, invece, indicare un’altra strada: per i promotori di #SocialCom17, infatti, porre l’attenzione sulle fake news ha l’obiettivo di «educare i fruitori ad un uso sempre più consapevole, da un lato, e – ha precisato Ferlaino – dall’altro trovare soluzioni efficaci che impediscano a monte la diffusione delle bufale». Dunque, qualcosa che vada oltre la sola censura o una rigida «regolamentazione dei social» e che renda invece l’utente primo e più efficace filtro contro le fake news.