Il 19 maggio nasceva Julius Evola. Ma il “barone nero” è ancora di moda a destra?

Il 19 maggio del 1898 nasceva a Roma Julius Evola, autore scomodo, filosofo, esoterista, pittore, erudito. Ebbe tanti volti, e tutti interessanti, questo personaggio bollato nel dopoguerra come il “barone nero” che influenzava con le sue idee la parte peggiore della destra, quella eversiva. 

Evola è però molto più letto di quanto si sia disposti ad immaginare: lo dimostra la sorprendente notizia (mai a fondo verificata però) di un interesse per l’autore di Rivolta conto il mondo moderno da parte di Steve Bannon, consigliere d’assalto dello staff di Donald Trump. 

Uno degli ultimi libri sul filosofo è dello studioso Gianfranco De Turris, Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945 (Mursia) che ricostruisce – con il ritmo di un giallo ad avviso di Giuseppe Parlato, che firma la prefazione – le avventure di Julius Evola nella tormentata fase storica che va dal 25 luglio 1943 fino al ritorno a Roma nel 1951. Pagine che non hanno solo il merito di consentire una conoscenza non venata da pregiudizio dell’opera evoliana ma anche di restituire il personaggio, molto complesso e “misterioso”, nella sua dimensione tutta umana. La dimensione di chi, tuttavia, anche dinanzi al disastro imminente sa tenersi “in piedi tra le rovine”. Apprendiamo dunque di un Evola controllato dalla polizia di Badoglio, lo seguiamo nel suo viaggio fino a Berlino al fine di prendere contatti per organizzare una rete antibadogliana e quindi a Monaco e fino al quartiere generale di Hitler. Il nome del barone Evola era nella lista di coloro su cui si poteva contare per organizzare una rete clandestina di fascisti rimasti fedeli anche se al filosofo interessava più che altro”quel che si poteva salvare dopo la catastrofe” giacché la guerra si combatteva ormai su posizioni perdute.

Ma era stato Evola un fascista convinto? Per dare una risposta (mai del tutto esaustiva) occorre riflettere sulle pagine del Fascismo visto dalla destra (opera del 1963). Esercizio utile per comprendere come già da mezzo secolo i pensatori più illuminati che avevano a destra un pubblico attento consigliavano di depurare le coscienze da nostalgismi infantili e non certo per assumere atteggiamenti concilianti verso la sinistra ma per separare le idee dalla storia. Tutto il resto, come sappiamo, è fascismo commerciale, neofascismo da operetta, abuso intollerabile del fascismo stesso per bassi scopi elettorali.  

Julius Evola, pur restando autore di culto per la giovane destra, comincia a perdere un po’ del suo fascino. Accanto al suo nome si vanno facendo strada, e con prepotenza, altri autori sovranisti e non necessariamente riconducibili al fascismo. Autori meno “tosti”, dalla prosa più salottiera, le cui idee sono più facilmente veicolabili e digeribili.  Chi sono? Il filosofo Alexander Dugin, il francese Michel Onfray, feroce avversario della schizofrenia culturale che asseconda il nichilismo europeo, lo scrittore Michel Houellebecq che bistratta la Francia dimentica della sua storia, preda di un libero pensiero privo di energia e vigore. E ancora Eric Zemmour, che nel suo libro L’uomo maschio aveva attaccato la “società femminilizzata”, Alain Finkielkraut, implacabile critico della “cultura del piagnisteo” occidentale, e Regis Debray col suo elogio delle frontiere, e da ultimo i filosofi italiani Costanzo Preve e il suo allievo Diego Fusaro

Evola risulterà alla fine soccombente dinanzi alla carica dei nuovi autori apprezzati dalla destra lepenista e sovranista? Sicuramente i suoi titoli mostrano qualche strato di polvere di troppo. Ma non è detta l’ultima parola, avendo Evola già superato indenne le spallate della Nuova destra che lo accusava di avere diffuso tra i giovani troppi “miti incapacitanti”.