I sette fratelli Govoni, uccisi dopo una notte di torture dai partigiani rossi

Ida, 20 anni, Primo, 22 anni, Augusto, 27 anni, Giuseppe 30 anni, Emo, 31 anni, Marino 33 anni, Dino, 41 anni. Sono tutti morti l’11 maggio 1945. E tutti facevano di cognome Govoni. Li hanno assassinati a guerra finita dopo averli torturati per una intera notte, i partigiani comunisti delle brigate Garibaldi ad Argelato, in comune di Pieve di Cento nel Bolognese. Ma se chiedete oggi agli studenti chi erano questi fratelli Govoni, forse uno su mille saprà darvi la risposta, mentre la percentuale è altissima se chiedete chi erano i fratelli Cervi. E quale studente, o giornalista, o storico, sa chi era Jolanda Crivelli, la giovane ventenne rapita, percossa a sangue, violentata, assassinata e lasciata appesa per un piede a un albero per due giorni a Cesena solo perché moglie di un combattente della Repubblica Sociale? A guerra finita? Pochi, o forse nessuno. Questa è la prova che ancora oggi, sin da dopo la guerra, le vicende della guerra civile italiana sono state rappresentate e raccontate in maniera falsa, omettendo tutto ciò che di male avevano commesso i partigiani ed esaltando tutto ciò che avevano fatto i combattenti della Repubblica Sociale italiana. A scuola non si insegna che pochi eroi con scarsi mezzi si levavano ogni giorno in volo contro nemici anche cento o duecento volte superiori di numero, per difendere la popolazione civile italiana dai bombardamenti terroristi dei cosiddetti “alleati”, alleati che rifornivano anche i partigiani di tutte le risorse affinché potessero compiere i loro attentati, come quello di via Rasella. A scuola non si insegna che una donna incinta è stata assassinata per strada dai partigiani perché colpevole di essere fidanzata con un marò della Decima Mas. A scuola non si insegna delle centinaia di ausiliarie della Rsi torturate, stuprate e assassinate dai partigiani rossi. Ma si insegna che i partigiani erano tutti eroi e i combattenti della Rsi mostri. Non è così. Sono pochissimi anni, dopo una cortina di silenzio e di omertà voluta dai comunisti e attuata dai democristiani, che la verità storica lentamente sta emergendo, e forse ci vorranno altri decenni per capire che in una guerra non ci sono buoni e cattivi. La interpretazione manichea della tragedia italiana sta per essere sconfessata, e solo quando si conosceranno tutte le verità sarà possibile dare un giudizio storico e morale su quelle vicende. Si sappia, i giovani sappiano, che per oltre settant’anni i vincitori hanno raccontato menzogne.

Ida Govoni, 20 anni, fu rapita mentre allattava la figlia e trucidata

Quella dei sette fratelli Govoni, di Pieve di Cento, di cui ricorre il 72° anniversario del massacro, è certamente una delle pagine più atroci della guerra civile italiana tra fascisti e partigiani. Per loro non c’è un museo, le scolaresche non vengono intruppate per vedere dove vissero e dove morirono. Su migliaia di libri sulla guerra civile, neanche dieci parlano di loro. Eppure la loro tragedia e quella della loro famiglia è indicativa per rappresentare l’atmosfera di selvaggia violenza, di terrore, di intimidazione e di omertà che in quegli anni regnava in Emilia Romagna e altrove. Accusati di essere fascisti, in realtà solo due di loro avevano risposto alla chiamata obbligatoria della Repubblica Sociale Italiana, furono sottoposti a torture indicibili e linciati dalla brigata partigiana garibaldina Paolo dopo torture e sevizie durate ore. La più giovane di loro, Ida, che aveva solo vent’anni e non si occupava di politica, fu sequestrata mentre stava allattando la figlia di due mesi e brutalmente assassinata. Dei sette fratelli Govoni solo uno risultò essere morto per un colpo di arma da fuoco, mentre gli altri furono massacrati a botte, bastonate, calci e infine strangolati col filo del telefono. I fratelli Govoni, tutti contadini da generazioni, erano in tutto otto, ma una, Maria, si era trasferita dopo il matrimonio e i criminali non riuscirono a rintracciarla. La storia è resa ancora più penosa dal fatto che dopo il massacri i partigiani buttarono i corpi in un fossato anticarro e si rifiutarono di dire ai genitori dove fossero le spoglie. Addirittura la madre Caterina fu derisa e poi picchiata a sangue da due donne dopo che aveva implorato un partigiano del paese di dirgli dove fossero sepolti i suoi sette figli. Il partigiano avrebbe risposto: «Procurati un cane da tartufi e vai a cercarli». Tutti nel paese sapevano, perché il massacro era stato perpetrato da decine di persone, ma nessuno parlava, perché i comunisti tenevano il circondario nel terrore di nuove vendette e omicidi. Solo qualche anno dopo chi sapeva parlò: era il fratello di una delle vittime della furia partigiana, che raccontò tutto ai carabinieri. Nel 1949 i componenti la brigata garibaldina che si era macchiata di quella strage furono denunciati, ma nel frattempo gli assassini erano stati messi al sicuro in Cecoslovacchia dal Partito Comunista Italiano. Questo come è noto avvenne per molti altri responsabili di omicidi nei confronti di civili innocenti, come ad esempio nel caso degli assassini di un settantenne inerme, tale Giovanni Gentile.

La strage dei Govoni era stata preceduta da un’altra mattanza partigiana

Ma la strage dei Govoni fu preceduta tre giorni prima da un altro massacro. C’era stata un’altra mattanza da parte dei partigiani garibaldini della zona: il giorno 8 maggio la banda sequestrò la professoressa Laura Emiliani, il vecchio podestà Sisto Costa insieme con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo; rapiti anche altri nove cittadini di Cento: Enrico Cavallini, Giuseppe Alborghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartati, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani, fratello di quel Guido che in seguito rese nota la vicenda. Processati il 9 maggio da un “tribunale” partigiano che emise una sommaria sentenza, i 12 furono tutti strangolati. Successivamente furono depredati dei loro pochi averi, che furono spartiti tra gli assassini. Questo è noto come il primo eccidio di Argelato. L’11 avvenne il secondo eccidio, che vide protagonisti proprio i fratelli Govoni e altri cittadini innocenti. Dei sette, come accennato, solo due, Dino e Marino, avevano aderito alla Rsi. Dopo il 25 aprile erano stati convocati dal Cln che non riuscendo a muovere loro alcun addebito fu costretto a rilasciarli. li rilasciò. Ma la brigata Paolo aveva deciso diversamente: quel giorno rintracciarono tutti i sette fratelli e li portarono in casale, detto casale Grazia, dove poi fecero giungere alla spicciolata decine di altri elementi della brigata partigiana. Non contenti, i partigiani andarono nel paese di San Giorgio di Piano a sequestrare altre dieci persone, tre delle quali addirittura appartenenti alla stessa famiglia, il nonno Alberto, il padre Cesarino e Ivo Bonora, 19enne. Gli altri erano Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Guido Mattioli, Vinicio Testoni, Giacomo Malaguti. Per dire con quale accuratezza i partigiani colpivano i fascisti, basti dire che Malaguti era un soldato dell’Esercito del Sud che aveva combattuto contro i tedeschi a Montecassino. Furono tutti rinchiusi nel casale insieme ai partigiani, dove per ore furono seviziati, picchiati, bastonati, presi a calci. Quelli che non morirono per le torture furono strangolati. L’esame autoptico rivelò sulle loro ossa incrinature e fratture. Come al solito, anche i loro beni furono rubati dagli assassini. In seguito, e fino a oggi, la ferrea legge dell’omertà ha impedito di sapere quante persone e quali uccisero i sequestrati. Chi parlava moriva. Nel 1951 finalmente furono individuate due fosse comuni con le vittime dei partigiani: nella prima c’erano 25 corpi, nella seconda altri 17, tra cui quelli dei fratelli Govoni. Il processo, quello vero e non la buffonata partigiana, si concluse con quattro ergastoli, comminati però esclusivamente per l’omicidio del tenente Malaguti, e non per gli altri assassinii. Le pene però, come detto, non vennero mai scontate da nessuno, in quanto i principali responsabili erano già riparati all’estero. In seguito intervenne l’amnistia Togliatti. Ancora molti anni dopo, e dopo molte esitazioni, lo Stato riconobbe a Cesare e Caterina Govoni una pensione di settemila lire: mille per ogni figlio trucidato.