Fascisti da morire. In un libro l’Italia di Salò raccontata senza pregiudizi

Cosa può aggiungere di nuovo al dibattito storiografico un altro libro sulla Repubblica sociale italiana? Innanzitutto il metodo: nello studio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, L’Italia di Salò 1943-45 (Il Mulino) l’intenzione è di fare “storia dal basso”, comprendere davvero le motivazioni di chi aderì alla Rsi, abbandonare il pregiudizio che ha sempre pesato sulla storiografia antifascista.

I due autori per giungere all’obiettivo utilizzano non solo la memorialistica post-Rsi ma anche diari ed epistolari che restituiscono in presa diretta emozioni e speranze. Accanto a queste fonti troviamo le informative e gli appunti per il Duce redatti da polizia e servizi. Attraverso questi scritti si tenta di scandagliare le ragioni che mossero circa 550000 italiani (tra militari e militarizzati) a scegliere di terminare con onore una guerra che si intuiva già perduta. Accanto a loro almeno 6000 ausiliarie. Non solo: un lungo capitolo è dedicato al fascismo clandestino nelle regioni sotto il controllo degli americani, dove viene organizzata una “resistenza nera” di gruppi di fascisti che organizzano riunioni, pubblicano giornali, compiono attentati e svolgono opera di intelligence. 

Un burrascoso momento storico

Un’analisi che tiene presente anche il burrascoso momento storico quando, per dirla con un personaggio di Italo Calvino, “basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”. Naturalmente questi italiani che scelsero le insegne di Salò furono spinti da motivazioni differenti: c’erano i volontari della prima ora, per i quali l’adesione alla Rsi nasce dal rifiuto dell’armistizio, e c’erano poi quelli che accorsero per seguire il Duce, quelli che lo fecero per convenienza o per paura, quelli che sperarono di portare finalmente a compimento la rivoluzione del fascismo. C’erano insomma “i fanatici, gli entusiasti, i rassegnati, i dubbiosi, i riluttanti”. Agivano poi fattori che ebbero un peso determinante: l’educazione fascista, il culto del credere-obbedire-combattere, lo spirito d’avventura, la rivolta generazionale contro i gerarchi felloni.

Una lettera di Giovanni Gentile

Guardare con il distacco dello storico a questi moti dell’animo ci fa superare pregiudizi e giudizi sommari. Lo si ripete spesso che il fascismo è ormai consegnato alla storia ma mai lo sarà veramente se non si farà pace anche con i mortidi quella parte, anzi se non si arriverà a gettare alle ortiche la stessa definizione di “parte sbagliata” e a riconoscere che quegli italiani seguirono solo la loro coscienza. Lo spiega bene un brano di una lettera inviata dal filosofo Giovanni Gentile alla figlia il 27 novembre del 1943: “Io profondamente desidero che l’Italia risorga col suo onore, che la mia Sicilia sia alla mia morte la Sicilia italianissima in cui nacqui e in cui sono seppelliti i miei genitori. Aspettare tappato in caso che maturino gli eventi è il solo modo che ci sia di comprometterli gravemente. Bisogna marciare come vuole la coscienza. Questo ho predicato per tutta la vita. Non posso smentirmi ora che sto per finire”.

Molto opportunamente il libro parte dal trauma del 25 luglio e dell’8 settembre, mostra attraverso le testimonianze dirette – non i discorsi ufficiali ma le lettere di italiani ad altri italiani – il modo in cui fu vissuto, le sue conseguenze psicologiche, il disincanto, la vergogna, la rabbia dinanzi alle folle festanti: “Incredibile, credimi. Tutti si scusavano d’avere appartenuto al fascismo. Gente che il giorno prima urlava Duce!Duce! come scimmie nelle piazze e che ora è pronta a sgozzare quel disgraziato”, scrive un giovane di Firenze dopo il 25 luglio 1943.

Personaggi che ritroviamo nella storia del Msi

Numerose testimonianze raccolte appartengono a personaggi che poi ritroveremo nella storia del Msi ma altrettante sono voci di popolo anonimo, e comunque sdegnato dal voltafaccia del Re e di Badoglio. Secondo lo storico Galli della Loggia fu proprio lo “sconquasso apocalittico dell’8 settembre” a far morire negli italiani il senso della Patria, a decretarne l’impossibile rinascita. E invece le pagine di questo libro affermano il contrario, documentano una reazione estesa, profonda, radicata da cui scaturì come sappiamo una sanguinosa guerra civile. Sono gli echi di quella tragedia, semmai, ad impedire un sentimento di unità nazionale reale, condiviso, sincero. Si preferisce giocare con le etichette, con i cascami folkloristici del fascismo e dell’antifascismo mentre basterebbe leggere con attenzione le tipologie umane che si trovarono a fronteggiare quel vortice di eventi per comprendere e superare gli odi.

C’era il sottotenente Mario Gandini ad esempio che, reduce dalla Russia, si arruola nella Rsi: “Non voglio tornare al fronte per vincere la guerra. Voglio tornare al fronte per perderla. Soltanto che la voglio perdere a modo mio”. E c’era Giovanni Prodi, fratello del futuro presidente del Consiglio Romano, che si arruola per evitare complicazioni e dice che “eccettuati pochi volontari, eravamo tutti disfattisti”. Fare storia dal basso è anche questo: riuscire a far emergere a decenni e decenni di distanza il carattere, l’atteggiamento, la mentalità degli italiani coinvolti in quella pagina. E capire quanto siamo ancora eredi, 70 anni dopo, di quella zona grigia che voleva evitare di scegliere, che aspettava solo la fine della bufera per tornare al quieto vivere. Un’aspettativa comprensibile, ma che non nasceva certo dalla parte migliore del paese.